Nuovi documenti pubblicati negli Stati Uniti riportano alla luce uno degli aspetti più inquietanti del caso Jeffrey Epstein: il modo in cui avrebbe usato medici e cure sanitarie come strumento di controllo sulle ragazze che facevano parte della sua cerchia.
Non riguarda solo abusi e silenzi, ma di un sistema costruito anche attraverso decisioni mediche che Epstein non avrebbe mai avuto il diritto di prendere.
Secondo un’inchiesta del New York Times, basata su comunicazioni diffuse dal Dipartimento di Giustizia, Epstein interveniva direttamente nelle scelte sanitarie di donne giovani, arrivando persino a bloccare pagamenti per cure fondamentali. In un caso specifico, un suo assistente chiese se rispondere o meno a una ragazza che aveva bisogno di 600 dollari per un trattamento contro l’acne. La risposta di Epstein fu secca: “ignore”… cioè ignorala! Un ordine semplice, ma che mostra un controllo totale, anche su bisogni basilari.
Dai documenti emerge che Epstein parlava con i medici come se fosse lui il decisore finale, anche quando non aveva alcun titolo per farlo. Secondo il Times, questo comportamento si ripeteva in più situazioni, creando una rete di dipendenza che andava ben oltre il piano economico o psicologico. La salute diventava una leva, un mezzo per premiare o punire.
Uno degli episodi più gravi riguarda una donna che avrebbe riportato una ferita alla testa, suturata con 35 punti direttamente sul tavolo da pranzo della casa di Epstein. A intervenire sarebbe stato il dottor Jess Ting. Un trattamento che, secondo Margaret Moon, esperta di etica medica alla Johns Hopkins, avrebbe dovuto essere effettuato in un pronto soccorso attrezzato, non in un’abitazione privata. Ting ha dichiarato al New York Times: “Nel trattamento di questi pazienti adulti non ho mai saputo né visto attività illegali”, aggiungendo però di rimpiangere il legame con Epstein.
Altri dettagli sono altrettanto inquietanti. Un dentista della Columbia University chiese a Epstein quanta cura volesse riservare a una ragazza con due denti neri. Un altro medico, Bruce Moskowitz, suggerì di mandare due donne affette da gonorrea in un pronto soccorso, spiegando che in questo modo avrebbe evitato di segnalare i casi alle autorità sanitarie, come invece prevede la legge della Florida. Anche qui, la salute pubblica sembra passare in secondo piano rispetto alla protezione del sistema.
Tra i nomi citati compare anche Eva Dubin, medico legata al Mount Sinai, che secondo il Times avrebbe fatto da collegamento tra Epstein, le persone a lui vicine e altri dottori. Dubin ha negato ogni illecito, ma il quadro generale solleva interrogativi pesanti sul comportamento di professionisti che avrebbero dovuto tutelare i pazienti, non assecondare un potente finanziere.
Un altro elemento centrale dell’inchiesta riguarda il denaro. Molti medici e istituzioni avrebbero ricevuto donazioni ingenti, finanziamenti alla ricerca o benefici personali. Formalmente leciti, ma inseriti in un contesto che oggi appare torbido. Secondo i documenti, questi rapporti economici contribuivano a mantenere aperte le porte, garantendo accesso a cure e favori senza troppe domande.
Il punto più disturbante, però, resta uno: la medicina come strumento di dominio. Le cure, anziché essere un diritto, diventavano una concessione. Il corpo delle vittime non era solo abusato, ma amministrato, controllato, gestito da altri. Ed è qui che il caso Epstein continua a colpire, anche dopo anni: non solo per quello che è successo, ma per quante persone hanno guardato altrove.
Tu cosa ne pensi: è possibile che un sistema simile sia andato avanti così a lungo senza complicità? Scrivilo nei commenti e dicci la tua.


