La quinta stagione di Fauda resta intensa, tesa e capace di costruire scene d’azione che pochissime serie televisive riescono a gestire con la stessa efficacia. Per me, però, non raggiunge i livelli migliori delle stagioni precedenti. Stavolta la serie vuole raccontare anche il trauma provocato dagli attacchi del 7 ottobre 2023, e questa scelta cambia profondamente il tono degli undici episodi.
Il riferimento non resta sullo sfondo. Il 7 ottobre 2023 Hamas attaccò diverse comunità israeliane e il festival musicale Nova, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo oltre 250 ostaggi. Gli autori Lior Raz e Avi Issacharoff avevano già iniziato a scrivere la quinta stagione prima di quei fatti, ma decisero di rivederla perché ritenevano impossibile continuare a raccontare Israele e il conflitto come se quella giornata non fosse mai avvenuta. Due episodi sono infatti ambientati direttamente durante il 7 ottobre, mentre gran parte della stagione principale si svolge due anni dopo.
Questa scelta rende immediatamente più chiaro anche lo stato mentale di Doron Kavillio. Non ritroviamo semplicemente il solito agente pronto a tornare sul campo. Doron soffre per ciò che ha vissuto, prova perfino ad affrontare il proprio disturbo post-traumatico con una terapeuta e appare molto più fragile rispetto al passato. Lior Raz ha spiegato che volevano mostrare guerrieri segnati dagli eventi, non persone che desiderano continuamente tornare a combattere.
Per me questa parte funziona molto bene perché dà finalmente un senso concreto alla sofferenza del protagonista. Doron non è tormentato perché la sceneggiatura ha bisogno di renderlo cupo: ha visto persone morire, ha accumulato anni di missioni e si trova ancora una volta costretto a scegliere tra la possibilità di fermarsi e quella di tornare nella violenza che conosce meglio.
La nuova missione nasce infatti da una vendetta personale. Eli e Salem, entrambi colpiti dalle conseguenze del 7 ottobre, partono verso Marsiglia per trovare un ex membro di Hamas. Doron finisce coinvolto nel tentativo di fermarli e la vicenda si allarga fino a diventare una nuova operazione sotto copertura, con una minaccia molto più grande da affrontare.
È proprio nelle operazioni clandestine che Fauda torna a essere quella serie che conosco e apprezzo di più. Gli infiltrati devono improvvisare continuamente, un dettaglio sbagliato può far saltare una copertura e le sparatorie arrivano spesso dopo minuti di tensione costruiti molto bene. Anche la parte ambientata a Marsiglia permette alla stagione di cambiare scenario senza perdere quell’atmosfera sporca e nervosa che ha sempre caratterizzato la serie.
Il tema della vendetta attraversa praticamente ogni episodio. Issacharoff ha spiegato che durante la scrittura avevano persino pensato al concetto arabo di tha’r, cioè una vendetta di sangue vissuta quasi come un obbligo. La serie si chiede però cosa rimanga dopo aver ottenuto ciò che si desiderava: il dolore sparisce? La situazione migliora? Oppure la rappresaglia genera semplicemente un’altra rappresaglia?
Questo ragionamento mi è piaciuto perché impedisce alla stagione di ridursi a una semplice storia di vendetta.
Il problema è che Fauda 5 vuole raccontare molte cose contemporaneamente. Trauma, lutto, vendetta, terrorismo, guerra, amicizia, senso di colpa e nuove minacce finiscono per occupare lo stesso spazio. Negli episodi migliori questa densità dà profondità alla storia; in altri momenti, invece, rallenta il racconto e rende la stagione meno compatta.
Anche il rapporto con il conflitto resta complesso. Fauda prova da sempre a mostrare personaggi israeliani e palestinesi evitando di trasformare ogni figura in una caricatura, ma la quinta stagione è inevitabilmente molto più legata al trauma israeliano del 7 ottobre. Per questo avrei voluto uno spazio maggiore anche per ciò che è accaduto successivamente alla popolazione palestinese di Gaza. Non significa che la serie debba diventare un documentario politico, ma affrontare un evento così recente rende ancora più evidente la prospettiva dalla quale viene raccontato. Anche alcune recensioni internazionali hanno sottolineato questo limite.
Lior Raz, comunque, resta eccezionale. Doron continua a essere impulsivo, testardo e spesso insopportabile, ma stavolta appare anche più umano perché si vede chiaramente quanto gli costi continuare a essere Doron.
Per me Fauda 5 è quindi una buona stagione, ma non una delle migliori della serie. Ha scene d’azione eccellenti, una dimensione emotiva molto più forte e alcuni episodi capaci di lasciare il segno. Al tempo stesso, il rapporto così diretto con eventi ancora recentissimi rende il racconto più pesante e meno fluido rispetto alle stagioni in cui la componente thriller riusciva a dominare maggiormente.
Tu hai già visto la quinta stagione di Fauda? Hai apprezzato il modo in cui la serie ha inserito il 7 ottobre nella storia oppure avresti preferito che restasse maggiormente concentrata sulle missioni di Doron? Scrivicelo nei commenti.
La Recensione
Fauda 5
Fauda 5 resta una buona stagione, ma per me non raggiunge i momenti migliori della serie. Funziona quando torna alla tensione delle missioni, alle infiltrazioni e ai rapporti tra i personaggi, mentre perde qualcosa quando prova a mettere insieme troppi temi nello stesso momento. Il peso del 7 ottobre rende il racconto più personale e più doloroso, ma anche meno fluido rispetto al passato. Lior Raz resta comunque uno dei motivi principali per continuare a guardarla.
PRO
- Lior Raz resta il punto di forza della serie.
- Le scene operative restano molto tese.
- Il tema della vendetta è sviluppato bene.
CONTRO
- È meno compatta delle stagioni migliori.


