Feel Good è una di quelle serie che su Netflix rischiano di passare inosservate proprio perché sembrano piccole. Due stagioni, dodici episodi in totale, puntate da poco più di venti minuti e una storia che parte da una relazione sentimentale per parlare di dipendenza, identità, vergogna, famiglia e bisogno di essere amati. Mae Martin interpreta una versione romanzata di sé, mentre Charlotte Ritchie è George, la donna con cui inizia una relazione tanto intensa quanto complicata.
La premessa è semplice. Mae è una comica canadese che vive a Londra e sta cercando di mantenere la sobrietà dopo una dipendenza dalla cocaina. Conosce George, insegnante che fino a quel momento ha avuto soltanto relazioni con uomini, e tra loro nasce immediatamente qualcosa di molto forte. Il problema è che entrambe entrano nella relazione portandosi dietro segreti e paure: Mae non racconta subito il proprio passato con la droga, mentre George evita per molto tempo di dire ad amici e familiari di stare frequentando una donna.
La serie funziona perché non tratta questi problemi come elementi separati. L’amore tra Mae e George diventa presto il luogo in cui tutte le loro fragilità si incontrano. Mae, che sta cercando di uscire dalla dipendenza da sostanze, comincia a comportarsi con George in maniera altrettanto compulsiva. Ha bisogno di sentirla, di sapere dove si trova, di ricevere continue conferme. La relazione diventa quindi qualcosa di bellissimo ma anche pericoloso, perché il bisogno di stare insieme rischia di sostituire una dipendenza con un’altra.
Feel Good riesce però a raccontare questa situazione senza trasformarsi in un dramma pesantissimo.
La scrittura di Mae Martin e Joe Hampson utilizza continuamente l’ironia per rendere sopportabili momenti che potrebbero essere molto dolorosi. Una discussione può diventare assurda nel giro di pochi secondi, una situazione sessuale imbarazzante può nascondere un problema molto serio e perfino gli incontri dei gruppi di recupero riescono ad avere momenti comici senza ridicolizzare chi vi partecipa.
Proprio questo equilibrio è stato uno degli aspetti più apprezzati dalla critica. Entrambe le stagioni hanno attualmente il 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, con la prima descritta come un ritratto intimo dell’amore e della dipendenza e la seconda come una continuazione più amara ma altrettanto efficace del percorso di Mae.
Un altro motivo per recuperarla è il modo in cui tratta il cambiamento.
Molte sitcom funzionano perché i personaggi finiscono per tornare quasi sempre al punto di partenza. Feel Good fa l’opposto. Mae e George sbagliano, si feriscono, provano a migliorare e spesso ricadono negli stessi comportamenti, ma non rimangono identiche a se stesse. Ogni errore lascia una conseguenza e costringe entrambe a guardare qualcosa che prima preferivano evitare.
George, per esempio, deve capire perché nasconde la propria relazione e quanto quella paura finisca per ferire Mae. Mae deve invece rendersi conto che amare qualcuno non significa trasformarlo nell’unica cosa capace di farla stare bene.
Lisa Kudrow aggiunge poi un altro livello alla serie interpretando Linda, la madre di Mae. Non è la madre rassicurante che offre sempre la risposta giusta. Può essere brusca, poco delicata e tremendamente diretta, ma proprio per questo alcune delle conversazioni tra lei e Mae diventano tra le scene migliori dello show. Kudrow riesce inoltre a essere divertente senza sembrare semplicemente una versione adulta di Phoebe di Friends.
La seconda stagione allarga ulteriormente il racconto e affronta aspetti del passato di Mae che nella prima erano stati soltanto suggeriti. Il tono diventa più doloroso, ma la serie continua a evitare soluzioni facili. Guarire non significa arrivare a un momento preciso in cui improvvisamente va tutto bene. Significa riconoscere certi comportamenti, provare a modificarli e accettare che il percorso possa avere passi indietro.
Forse la qualità più evidente di Feel Good è proprio la sua capacità di non sprecare tempo.
Dodici episodi potrebbero sembrare pochi, ma la serie riesce a costruire personaggi completi senza riempire la storia di sottotrame inutili. Non ha bisogno di cinque stagioni per spiegare chi siano Mae e George. Le osserviamo mentre commettono errori, provano a giustificarsi, vengono costrette a dire la verità e lentamente imparano qualcosa su se stesse.
Non è quindi una serie che assomiglia realmente a Breaking Bad per trama o a Sex Education per struttura, nonostante il paragone possa attirare l’attenzione. Il collegamento ha più senso nei temi: come Breaking Bad osserva da vicino i meccanismi della dipendenza e dell’autodistruzione, mentre da Sex Education può ricordare la libertà con cui parla di sessualità, identità e relazioni senza trasformarle in lezioni.
La differenza è che Feel Good fa tutto questo in meno di cinque ore complessive.
Se cerchi una serie breve, divertente ma capace di diventare molto seria senza cambiare improvvisamente identità, Feel Good è una delle produzioni Netflix che vale ancora la pena recuperare.
Tu l’hai già vista oppure è una di quelle serie che Netflix non ti ha mai consigliato? Scrivicelo nei commenti.


