Scary Movie è al cinema da oggi, tredici anni dopo il quinto capitolo. Tredici anni in cui l’horror ha prodotto materiale fresco da parodiare a iosa, e in cui il pubblico ha avuto il tempo di dimenticare – o di ricordare con nostalgia – cosa fosse capace di fare questo franchise ai suoi tempi migliori. La domanda che uno si fa entrando in sala è semplice: valeva la pena riesumarlo? La risposta è quasi altrettanto semplice, anche se un po’ più amara da dare.
Il cast originale è quasi tutto presente. Marlon Wayans torna nei panni di Shorty, Shawn Wayans è ancora Ray, Anna Faris riprende Cindy e Regina Hall torna a fare Brenda. Ci sono anche i figli, ormai adolescenti, il che permette alla sceneggiatura di innestare una generazione nuova sul ceppo vecchio. L’idea sulla carta ha una sua logica: i personaggi che il pubblico trentenne conosce a memoria adesso hanno famiglie, responsabilità e qualche chilo in più, mentre i ragazzi portano in scena riferimenti all’horror contemporaneo. Ghostface torna a fare quello che sa fare, questa volta puntando ai figli di Cindy per arrivare a lei, e da lì parte una serie di sketch che passano in rassegna praticamente tutti i film horror degli ultimi anni – da Get Out a M3GAN, da Terrifier a Longlegs, fino a Sinners e The Substance.
Il problema non è la premessa. È l’esecuzione.
Il franchise di Scary Movie ha funzionato nei primi due capitoli perché la parodia era chirurgica: si prendeva un film specifico, lo si smontava e si costruiva la scena attorno a quella demolizione. C’era ritmo, c’era un bersaglio preciso, e soprattutto c’era la sensazione che gli autori avessero davvero visto e amato – o odiato con cognizione di causa – i film che stavano massacrando. Dal terzo capitolo in poi quel meccanismo ha cominciato a incepparsi, diventando sempre più un catalogo di citazioni e sempre meno una vera parodia. Il sesto episodio, che i personaggi stessi nel film chiamano provocatoriamente un “rebootiquel”, riparte esattamente da dove si era fermata la fase peggiore della saga.
Alcune cose funzionano, per onestà. L’apertura è ben costruita, con una sequenza che sovverte un’aspettativa già di per sé costruita per sovvertire aspettative – un gioco che, almeno lì, riesce a essere divertente invece che stancante. Regina Hall è ancora la più precisa del gruppo, con alcune battute che colpiscono nel segno. Kenan Thompson ha una scena che parte male e finisce benissimo, e Heidi Gardner, nei panni di un’agente FBI che fa la parodia del personaggio di Maika Monroe in Longlegs, è uno dei momenti più riusciti del film. Anche la scena dei personaggi davanti alla porta di Brenda durante una festa, con la parodia di Sinners, funziona.
Il guaio è che questi momenti di comicità vera sono circondati da parecchio spazio vuoto. Le gag politiche – quelle su cancel culture, Black Lives Matter, i pronomi, il politically correct – sono costruite con una tale voglia di fare scalpore che finiscono per non fare ridere nessuno. Non perché siano offensive, ma perché sono pigre. La parodia politica richiede precisione, non bastano il soggetto e l’intenzione: bisogna avere una cosa specifica e vera da dire, altrimenti è solo rumore. Qui è rumore.
Il ritorno di Doofy, il personaggio del poliziotto con disabilità cognitiva, è un altro momento che lascia perplessi. Nel primo film aveva una sua logica comica interna, quasi surreale. Qui sembra solo una scelta di cui gli autori stessi non sembrano del tutto sicuri.
Il vero problema strutturale è che il film smette di essere un film abbastanza presto. Passata la prima mezz’ora, diventa una sequenza di sketch di qualità variabile, tenuti insieme da una trama che non regge il peso di quasi due ore. Il regista Michael Tiddes gestisce bene i tempi comici delle singole scene, ma non riesce a dare coesione a qualcosa che coesione non ce l’ha in partenza.
C’è una battuta, quasi di sfuggita, in cui Brenda chiama Cindy “John Wick” e poi precisa: «Avrei detto Ballerina, ma quel film non lo ha visto nessuno.» È il tipo di comicità che funziona meglio nel film, quella che parla del cinema invece di limitarsi a imitarlo. Quando Scary Movie si ricorda di poter essere un film su come funzionano i film, ha ancora qualcosa da dire. Quando prova a essere una raccolta di impressioni degli ultimi cinque anni di horror, diventa un’altra cosa: una compilation di trailer che qualcuno ha visto ma non ha capito fino in fondo.
Tredici anni sono tanti. L’horror nel frattempo è cambiato parecchio, si è fatto più psicologico, più stratificato, più disposto a prendersi sul serio. Parodiarlo richiede la stessa attenzione che richiede farlo. Qui quell’attenzione manca, e si vede.
Tu ti ricordi quale scena del primo Scary Movie ti ha fatto ridere di più?
La Recensione
Scary Movie
Sesto capitolo del franchise, tredici anni dopo l'ultimo. Il cast originale - Marlon Wayans, Shawn Wayans, Anna Faris, Regina Hall - torna insieme ai figli adolescenti dei personaggi, mentre Ghostface riprende a fare danni passando in rassegna praticamente tutto l'horror degli ultimi anni. Ci sono momenti riusciti, battute che centrano il bersaglio e qualche cameo ben costruito. Ma il film non riesce a trovare una voce coerente: le gag politiche cadono a vuoto, la struttura si sfalda a metà, e la sensazione generale è quella di un franchise che non ha capito perché aveva smesso di funzionare e ha ripreso esattamente da lì. Non è un disastro, ma è meno di quello che poteva essere.
PRO
- Rivedere il cast originale insieme ha il suo fascino, soprattutto se sei cresciuto con i primi due film
- Alcune parodie - Longlegs, Sinners, l'apertura del film - funzionano davvero
CONTRO
- La struttura crolla a metà: smette di essere un film e diventa una raccolta di sketch di qualità altalenante
- Le gag politiche su cancel culture e identità di genere sono pigre e non fanno ridere
- Tredici anni di horror da parodiare vengono usati in modo superficiale, senza la precisione che richiederebbe
- Doofy è tornato e non si capisce bene perché


