Partiamo da una premessa onesta: probabilmente stavi scorrendo Netflix senza una meta precisa, come si fa di solito quando si vuole “rilassarsi” e si finisce per passare quaranta minuti a scegliere cosa guardare senza guardare niente. Poi hai visto Shall We Dance? con Richard Gere e Jennifer Lopez, hai letto “ottavo tra i film più visti oggi” e hai pensato che se lo stanno guardando in tanti una ragione ci sarà. Ragionamento impeccabile. Bentornato nel 2004.
Il film è una commedia romantica con un avvocato di Chicago annoiato dalla vita che si iscrive a un corso di ballo, si innamora della danza invece che dell’insegnante (colpo di scena moderato), e riscopre il senso di tutto mentre sua moglie Susan Sarandon lo fa seguire da un detective privato. Funziona, scorre bene, Richard Gere balla con una grazia che mette leggermente in discussione le tue scelte di vita, e Stanley Tucci ruba ogni singola scena con una parrucca nera che sembra uscita da un negozio di costumi di carnevale. Su quest’ultimo torneremo.
Ma andiamo alla curiosità che probabilmente non sapevi.
Shall We Dance? del 2004 è il remake di un film giapponese del 1996, Shall We Dansu?, diretto da Masayuki Suo. Sì, con la “u” finale, che in giapponese è il modo in cui si traslittera la parola “dance” e che suona esattamente come qualcuno che cerca di pronunciare una parola inglese con molta dignità. Il film originale fu un successo clamoroso in Giappone, vinse tredici premi ai Japan Academy Awards, e fu candidato all’Oscar come miglior film straniero. Quindi stiamo parlando di un’opera che nel suo paese d’origine era considerata praticamente un capolavoro, e che nel resto del mondo conoscono in tre: i cinefili incalliti, i frequentatori di festival, e quella persona nel tuo gruppo di amici che guarda solo film con i sottotitoli e te lo ricorda ogni volta che puoi.
La cosa divertente è che il film giapponese racconta esattamente la stessa storia, con le stesse dinamiche, lo stesso avvocato annoiato, la stessa maestra di ballo malinconica, lo stesso senso di rinascita attraverso il movimento. La differenza è che in Giappone, come viene spiegato nel film originale, un uomo che prende lezioni di ballo è considerato una cosa strana, quasi sospetta, perché il ballo di coppia implica un contatto fisico con estranei che la cultura giapponese tradizionale guarda con un certo disagio. Quindi il protagonista deve tenere nascosta questa sua nuova passione, come se stesse facendo qualcosa di riprovevole. Nell’adattamento americano questa sfumatura si perde un po’, perché negli Stati Uniti nessuno trova particolarmente scandaloso che un uomo impari il valzer, ma il nucleo emotivo rimane intatto.
Detto questo, quasi nessuno in Italia ha visto il film giapponese. E probabilmente non lo vedrà neanche adesso, nonostante questa piccola spinta culturale che ti sto dando. Lo so, lo so.
Andiamo avanti con le altre curiosità, perché ce ne sono di buone.
La prima riguarda il casting. Il protagonista John Clark, l’avvocato con la crisi esistenziale e le scarpe da ballo, era stato scelto inizialmente per Tom Hanks. Regia affidata a Jon Turteltaub, lo stesso di Il Codice da Vinci e National Treasure. Poi qualcosa è cambiato, Hanks è uscito dal progetto, ed è arrivato Richard Gere. Difficile dire se il film sarebbe stato migliore o peggiore con Hanks, ma è abbastanza certo che sarebbe stato un film completamente diverso. Gere porta una certa eleganza naturale che rende credibile l’idea che quest’uomo, una volta che inizia a ballare, lo faccia anche bene. Hanks avrebbe portato più goffaggine, più simpatia immediata, probabilmente più risate. Scelte diverse, film diverso. Comunque sia, Gere ha avuto la parte e si è messo al lavoro con un impegno che fa riflettere.
Perché Richard Gere, per prepararsi al ruolo, si è allenato tre ore al giorno per quattro mesi con un coreografo australiano prima che iniziassero le riprese. Tre ore al giorno. Per quattro mesi. Fai tu il conto di quante ore totali stiamo parlando, e poi confrontale con il tempo che hai dedicato all’ultima cosa che volevi imparare a fare. Io non lo faccio per rispetto reciproco.
Jennifer Lopez, invece, non ha avuto bisogno di allenarsi. Perché Jennifer Lopez è cresciuta ballando, ha iniziato la sua carriera come ballerina prima ancora di diventare cantante e attrice, e quindi per lei presentarsi sul set e fare la maestra di ballo era più o meno come per te andare al supermercato sotto casa. Naturale, automatico, senza sforzo apparente. Detto questo, c’è una curiosità aggiuntiva sul loro rapporto professionale: i due hanno provato le coreografie per mesi, ma in città diverse. Gere era a Los Angeles, Lopez era a Winnipeg. Hanno ballato insieme per la prima volta solo sul set, davanti alla macchina da presa. Il che, se ci pensi, è un modo abbastanza singolare di prepararsi a interpretare due persone che condividono una danza intima. Funziona lo stesso, evidentemente, ma l’idea di due attori che si allenano separatamente per mesi e poi si incontrano sul set come se niente fosse ha qualcosa di vagamente surreale.
Poi c’è la questione del titolo, che è una di quelle cose che sembrano insignificanti e invece raccontano qualcosa. Il titolo originale del remake americano non aveva il punto interrogativo: era semplicemente Shall We Dance, senza niente alla fine. Il punto interrogativo è stato aggiunto in un secondo momento, e il motivo è puramente pratico: serviva a distinguere il film sia dall’originale giapponese che da Shall We Dance, il musical del 1937 con Fred Astaire e Ginger Rogers, che ha esattamente lo stesso titolo. Un punto interrogativo per fare chiarezza. Piccola cosa, ma adesso ogni volta che lo vedi sul poster ci penserai.
Stanley Tucci con la parrucca nera, come promesso. Nel film interpreta Link Peterson, collega di lavoro del protagonista che frequenta di nascosto anche lui la scuola di ballo, vestito in modo vistoso e con un’identità alternativa che tiene rigorosamente separata dalla vita in ufficio. Per il personaggio Tucci indossa una parrucca nera voluminosa che è oggettivamente comica già di per sé, e riesce a costruire attorno a quella parrucca un personaggio che è il più divertente e il più umano dell’intero film. Cosa che, considerato che il film ha Richard Gere, Jennifer Lopez e Susan Sarandon, non è un risultato banale.
E infine, la storia più strana di tutte, quella che non ti aspetti. Durante le riprese, i gioielli che Susan Sarandon indossava nelle scene vennero rubati. Fin qui, spiacevole ma non insolito, i furti sul set capitano. Il dettaglio macabro è che quei gioielli ricomparvero successivamente sulla scena di un omicidio. Una storia che non ha niente a che fare con il film, con la danza o con Richard Gere in smoking, ma che ogni volta che ci pensi ti fa guardare Susan Sarandon con occhi leggermente diversi. Lei probabilmente preferirebbe che non se ne parlasse.
Detto tutto questo: vale la pena guardare Shall We Dance? nel 2026? Sì, se sei dell’umore giusto, se non pretendi più di quello che il film offre e se hai già visto le cose che volevi vedere su Netflix. Scorre bene, Tucci è brillante, Gere balla meglio di quanto avresti immaginato dopo quattro mesi di allenamento quotidiano, e c’è qualcosa nel tema di fondo, l’uomo di mezza età che trova un senso nelle cose piccole, che funziona ancora. Se invece vuoi fare la persona colta, guarda prima il film giapponese del 1996. Poi dimenticatelo e guardati il remake. Funziona lo stesso, e non dovrai spiegare niente a nessuno.
Tu avresti riconosciuto che era un remake senza che te lo dicessero?


