The Runner, disponibile ora su Prime Video, dura appena un’ora e venticinque minuti e parte da un’idea che potrebbe funzionare benissimo: una madre deve correre per Londra eseguendo gli ordini di uno sconosciuto che ha rapito suo figlio. Il problema è che, dopo pochi minuti, il film comincia a chiedere allo spettatore una quantità di fiducia che la sceneggiatura non riesce a meritarsi.
Gal Gadot interpreta Maia Marten, un’avvocata londinese molto affermata. Durante la sua corsa mattutina riceve una telefonata: suo figlio Noah è stato rapito e, se vuole rivederlo vivo, deve continuare a muoversi, seguire ogni istruzione e non avvertire nessuno. Dall’altra parte della linea c’è il personaggio interpretato da Damian Lewis, che la guida attraverso una serie di prove sempre più pericolose.
La premessa, ripeto, non è male.
Il film avrebbe potuto diventare un thriller secco, semplice e nervoso, quasi tutto costruito sul tempo che scorre e sull’impossibilità di fermarsi. Una sorta del cult Speed. Invece preferisce complicarsi la vita con un piano criminale talmente macchinoso che basta fermarsi a pensarci per pochi secondi e iniziano ad apparire problemi ovunque.
Maia viene costretta a compiere azioni che dovrebbero servire a proteggere chi sta dietro al rapimento, ma il modo scelto per manipolarla è così elaborato da sembrare più rischioso del risultato che i criminali vogliono ottenere.
A me questa cosa ha tolto tensione quasi subito.
Un thriller può anche essere assurdo. Non pretendo realismo assoluto da un film del genere. Però deve riuscire a convincermi, almeno mentre lo sto guardando, che le persone coinvolte stiano facendo cose che hanno una logica interna.
The Runner spesso non ci riesce.
Anche la regia di Kevin Macdonald prova continuamente a compensare questo problema aumentando il movimento. La telecamera corre, il montaggio accelera, le inquadrature cambiano in continuazione e Londra viene trasformata in una specie di percorso a ostacoli infinito.
Visivamente c’è energia.
Il problema è che energia e tensione non sono la stessa cosa.
Se ogni scena viene montata come se fosse già il momento più urgente del film, dopo un po’ l’urgenza smette di funzionare. Maia corre dietro a un treno, attraversa la città, si lancia in situazioni sempre più estreme, ma raramente ho percepito quella sensazione di pericolo che dovrebbe accompagnare ogni scelta.
Il film si muove tantissimo, però emotivamente rimane quasi fermo.
Gal Gadot, secondo me, non è nemmeno il problema principale.
Fa quello che la sceneggiatura le chiede: corre, si spaventa, reagisce, cerca soluzioni e passa gran parte del film sotto pressione. Il limite è che Maia viene definita quasi esclusivamente attraverso l’emergenza.
Avrei voluto conoscerla meglio prima che iniziasse la corsa.
Il film prova ad accennare anche a un passato familiare traumatico e a suggerire che Maia stia fuggendo metaforicamente da qualcosa da molto prima del rapimento, ma sono elementi lasciati lì senza abbastanza spazio per diventare realmente importanti.
In un film così breve sarebbe stato necessario scegliere.
O costruisci un thriller quasi puro, semplice e immediato, oppure rallenti abbastanza da dare peso alla protagonista.
The Runner prova a fare entrambe le cose e finisce per non svilupparne bene nessuna.
Damian Lewis ha ancora meno possibilità.
Il suo cattivo dovrebbe essere inquietante perché controlla Maia attraverso il telefono e sembra sapere ogni cosa di lei, ma il personaggio viene scritto in maniera troppo caricata. Alcuni comportamenti sembrano messi lì soltanto per ricordarci che abbiamo davanti qualcuno di disturbato, invece di renderlo realmente minaccioso.
Anche il discorso sulla tecnologia mi è sembrato superficiale.
Smartphone, localizzazione, videocamere, intelligenza artificiale e dipendenza dagli schermi diventano strumenti narrativi utili a far procedere la storia, ma il film sembra voler dire qualcosa sul nostro rapporto con la tecnologia senza trovare mai qualcosa di interessante da dire.
Alla fine rimane soprattutto un meccanismo.
Corri.
Rispondi.
Vai lì.
Fai questo.
Riparti.
E dopo un po’ ho iniziato a percepire più la struttura che la storia.
Il vero peccato è che The Runner dura poco e ha un cast abbastanza importante da poter diventare almeno un divertente film da streaming. Non serviva una sceneggiatura rivoluzionaria. Bastavano una minaccia credibile, una città utilizzata meglio e un paio di situazioni capaci di farmi dimenticare le assurdità del piano.
Invece ho passato troppo tempo a chiedermi perché i personaggi stessero complicando così tanto qualcosa che avrebbe potuto essere molto più semplice.
Su Prime Video il film viene presentato come un thriller psicologico, mentre al momento IMDb gli assegna una media di 4,6 su 10.
Io sarei ancora più severo.
Non perché sia tecnicamente disastroso. La fotografia ha personalità, il ritmo non si ferma mai e Gal Gadot si impegna fisicamente parecchio.
Il problema è che non mi ha coinvolto quasi mai.
E per un film costruito interamente sull’idea che una madre abbia pochissimo tempo per salvare suo figlio, questa è una mancanza enorme.
La Recensione
The Runner (2026)
The Runner ha una buona premessa e abbastanza ritmo da non risultare interminabile, ma spreca entrambe le cose con una trama poco credibile, personaggi superficiali e un montaggio frenetico che cerca continuamente di creare una tensione che la storia non riesce a sostenere.
PRO
- Dura poco e mantiene sempre un ritmo alto.
CONTRO
- La trama richiede una sospensione dell’incredulità enorme.
- Il piano dei criminali è inutilmente complicato.
- Il montaggio è troppo frenetico.
- La tensione rimane sorprendentemente bassa.


