Se siete alla ricerca di qualcosa da vedere su Prime Video in questo periodo e amate i thriller che lasciano il segno, c’è un film arrivato di recente nel catalogo che merita davvero la vostra attenzione. Si chiama Codice di vendetta – Barron’s Cove, è uscito nel 2024, ed è uno di quei film che ti rimane in testa anche dopo che i titoli di coda sono finiti. Non perché sia perfetto – non lo è – ma perché affronta una domanda a cui nessuno riesce davvero a rispondere: fin dove può spingersi un padre per vendicare la morte di suo figlio?
La storia parte da un evento brutale. Caleb Faulkner, un uomo con un passato violento che sta cercando faticosamente di rimettersi in piedi, perde il figlio piccolo in un incidente sui binari del treno ai margini della città. Le autorità archiviano tutto come un suicidio. Caleb non ci crede. Sa che c’era un altro bambino sul posto, Ethan, figlio adottivo di un politico locale potente e rispettato. E quando capisce che la giustizia non farà nulla – anche perché il capo della polizia è un amico personale di quel politico – decide di agire da solo. Rapisce Ethan e sparisce con lui nel bosco, innescando una caccia all’uomo frenetica in tutta la città.
Da questo punto in avanti il film si trasforma in qualcosa di più complesso di un semplice thriller di vendetta. Perché mentre Caleb e il bambino restano nascosti insieme, tra i due si sviluppa un rapporto inaspettato. E man mano che la storia va avanti, il pubblico comincia a chiedersi chi sia davvero il colpevole, chi stia mentendo e a chi dare ragione.
Il debutto di un regista da tenere d’occhio
Una delle cose più interessanti di questo film è che si tratta dell’opera prima del regista e sceneggiatore Evan Ari Kelman. Non è un nome che il grande pubblico conosce ancora, ma il suo debutto ha fatto abbastanza rumore da attirare l’attenzione della critica internazionale. Il film ha debuttato all’Hamptons International Film Festival nel 2024 – uno dei festival americani più prestigiosi per il cinema indipendente – prima di arrivare nelle sale e poi sulle piattaforme streaming.
Kelman ha costruito una storia densa, con diversi colpi di scena, atmosfere cupe e un ritmo volutamente lento che non piace a tutti ma che serve a costruire tensione. La critica lo ha paragonato esplicitamente a Denis Villeneuve, il regista canadese di Prisoners e Blade Runner 2049, e a Clint Eastwood per il tono di Mystic River. Non sono paragoni da poco per un esordiente, anche se va detto che il film non raggiunge le vette di quei titoli. Resta però un lavoro solido, ambizioso e stilisticamente coerente.
Su Rotten Tomatoes ha ottenuto il 62% di recensioni positive, e su IMDb si attesta sul 6.0 su 10. Numeri che raccontano un film diviso: chi lo ama lo trova intenso e ben recitato, chi lo critica lo trova troppo lungo e a tratti eccessivamente cupo. La durata è di 1 ora e 56 minuti, e in effetti qualche scena avrebbe potuto essere tagliata senza perdere nulla. Ma chi ha pazienza viene ricompensato.
Il cast: facce conosciute in ruoli insoliti
Il protagonista Garrett Hedlund è un attore che molti ricordano per Tron: Legacy o per il suo ruolo in Tulsa King, la serie con Sylvester Stallone. Qui si cala in un personaggio molto diverso da quelli a cui ci ha abituato: un uomo distrutto dal dolore, grezzo, a tratti violento, ma capace di momenti di umanità autentica. La sua interpretazione è stata considerata dalla critica la cosa migliore del film – qualcuno ha fatto il nome di Sean Penn in Mystic River come termine di paragone, anche se Hedlund non raggiunge quei livelli.
Brittany Snow, che interpreta Jackie, l’ex moglie di Caleb, ha un ruolo più contenuto ma lascia il segno nei pochi minuti in cui appare. Stephen Lang, veterano di Hollywood conosciuto dal grande pubblico come il villain di Avatar, interpreta lo zio di Caleb in un ruolo secondario ma efficace.
Il personaggio più discusso è però quello del politico antagonista Lyle, interpretato da Hamish Linklater. Se non conoscete questo attore, probabilmente lo avete visto di recente in Nickel Boys, il film candidato agli Oscar 2025 basato sul romanzo di Colson Whitehead. Qui Linklater interpreta un uomo che in apparenza è una figura rispettabile della comunità, ma che nasconde una natura oscura e calcolatrice. Man mano che la storia avanza e le cose gli sfuggono di mano, il personaggio rivela tutta la sua vera natura. È uno di quei villain che si vede raramente: non urla, non minaccia apertamente, ma fa paura lo stesso.
Tra i volti del cast c’è anche Tramell Tillman, conosciuto soprattutto per il ruolo di Milchick in Severance, la serie Apple TV+ che ha conquistato pubblico e critica. Qui appare in un ruolo di supporto come vecchio amico del protagonista, ma la sua presenza è gradita.
Il bambino di Sweet Tooth nel ruolo del cattivo
La curiosità più grande del film riguarda però il giovane Christian Convery, che interpreta Ethan, il bambino rapito. Chi ha visto Sweet Tooth su Netflix lo conosce come il protagonista buono, tenero e indifeso della serie – un bambino metà umano e metà cervo di cui ci si innamora immediatamente. In Codice di vendetta Convery fa esattamente il contrario: il suo Ethan è un bambino inquietante, imprevedibile, con comportamenti che mettono a disagio fin dalla prima scena in cui appare. Il contrasto con il ruolo che lo ha reso famoso è straniante, e dimostra una duttilità notevole per un attore così giovane.
Il suo personaggio è anche quello più difficile da valutare nel corso del film. All’inizio sembra chiaramente il colpevole della morte del figlio di Caleb. Poi qualcosa cambia, e il pubblico comincia a domandarsi se stia manipolando il rapitore o se ci sia qualcosa di più complicato dietro. Questa ambiguità è uno degli elementi meglio riusciti della sceneggiatura.
Perché ricorda Prisoners
Il parallelo con Prisoners di Villeneuve non è casuale. Entrambi i film raccontano la storia di un padre che rapisce qualcuno convinto di fare giustizia con le proprie mani. Entrambi mettono al centro la domanda su quanto sia lecito spingersi oltre la legge quando si è convinti di avere ragione. Entrambi mostrano come il dolore possa trasformare una persona in qualcosa che non riconosce più.
La differenza principale è che Prisoners è un film più riuscito, con una sceneggiatura più rigorosa e una tensione che non cala mai. Codice di vendetta è meno compatto, ha qualche momento di stanca e una cospirazione sullo sfondo che non sempre convince del tutto. Ma l’anima dei due film è simile, e chi ha amato il thriller di Villeneuve troverà in questo qualcosa di familiare.
Il titolo italiano Codice di vendetta è chiaramente ispirato proprio a quel filone cinematografico, anche se il titolo originale Barron’s Cove è molto più personale: Barron è il nome del figlio morto, e tutta la storia ruota attorno a lui anche quando non appare più sullo schermo. La città, i binari, ogni angolo del film porta il peso di quel nome.
Vale la pena vederlo?
Se amate il genere e avete la pazienza per un thriller lento e cupo, sì. Non è un film per tutti: chi cerca azione rapida e colpi di scena continui resterà deluso. Ma chi apprezza le storie in cui i confini tra giusto e sbagliato non sono mai netti, in cui il protagonista non è né eroe né villain ma qualcosa di più complicato, troverà in Codice di vendetta un film che vale le quasi due ore di visione. Il finale in particolare è uno di quelli che si porta dietro, nel senso che non risolve tutto con un fiocco e lascia spazio all’interpretazione.
Per un film d’esordio, è già un risultato notevole.
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