A volte i sequel migliori sono quelli che non urlano. 2010 – L’anno del contatto appartiene a quella rara categoria di film che non prova nemmeno a competere con il capolavoro che lo precede. Arriva in punta di piedi, accende le luci dove 2001: Odissea nello spazio aveva lasciato solo ombre misteriose, e ti racconta una storia che sa di essere diversa. Non vuole essere Kubrick. Vuole solo provare a capire cosa sia successo davvero là fuori, vicino a Giove, mentre sulla Terra la Guerra Fredda minaccia di far saltare tutto in aria.
Il film di Peter Hyams uscì nel 1984, sedici anni dopo il capolavoro di Stanley Kubrick, e fu accolto con un misto di curiosità e scetticismo. Come fai a fare il sequel dell’Odissea nello spazio? Come osi anche solo provarci? Eppure Hyams non ci prova affatto. Sceglie una strada completamente diversa: dove Kubrick fluttuava nel vuoto cosmico con lunghi silenzi contemplativi, lui costruisce un thriller politico con il cuore pulsante di un dramma umano. Ed è proprio questa la sua forza.
Il peso delle domande lasciate in sospeso
Nove anni dopo la missione fallita del Discovery, il mondo è sull’orlo di una guerra nucleare. Stati Uniti e Unione Sovietica si guardano in canna come due pistoleri pronti a sparare, e in questo clima di tensione parte una missione congiunta verso Giove. L’obiettivo? Recuperare il Discovery, riattivare HAL 9000 e finalmente capire cosa diavolo sia quel monolito nero che ha mandato tutto a rotoli.
Roy Scheider interpreta Heywood Floyd con quella stanchezza ostinata che aveva già mostrato ne Lo squalo e Il braccio violento della legge. Non è un eroe cosmico in cerca di trascendenza. È un uomo che si porta dietro un bagaglio di domande senza risposta e vuole solo trovarne qualcuna, anche se dovesse fargli male. Niente misticismo, niente scintillio del destino. Solo un tipo che vuole capire dove hanno sbagliato, perché HAL è impazzito, e se c’è un modo per evitare che succeda di nuovo.
Il cast attorno a lui funziona alla perfezione. John Lithgow porta quel nervosismo intelligente che gli riesce così bene, sempre sul filo del panico controllato. Helen Mirren, nei panni della comandante sovietica Tanya Kirbuk, taglia la tensione con quella compostezza d’acciaio che solo lei sa dare. E poi c’è Bob Balaban nel ruolo del dottor Chandra, l’unico che tratta HAL non come una minaccia da neutralizzare ma come un essere incompreso che merita compassione. La sua è la performance più toccante: quando difende HAL, non sta difendendo una macchina. Sta difendendo un amico.
La Guerra Fredda nello spazio
Rivedere 2010 – L’anno del contatto oggi fa un effetto strano. Nel 1984, l’ansia della Guerra Fredda era palpabile, era il telegiornale della sera. Oggi quella tensione sembra quasi profetica. Americani e sovietici portano nello spazio tutta la loro diffidenza reciproca, e improvvisamente capisci che il vero pericolo non è il monolito alieno o il computer impazzito. È il fatto che due superpotenze non riescono a smettere di guardarsi con sospetto nemmeno quando sono a milioni di chilometri da casa.
Hyams costruisce la tensione proprio su questo: i messaggi in ritardo, i silenzi imbarazzanti, le decisioni affrettate che accendono micce pericolose. Il monolito continua a fluttuare là fuori vicino a Europa, satellite di Giove, ma la vera minaccia è che qualcuno sulla Terra prema il pulsante sbagliato prima che l’equipaggio riesca a tornare. Mentre l’equipaggio si avvicina a qualcosa di antico e incomprensibile, il pericolo più grande resta umano, troppo umano.
Un film che respira invece di urlare
Per una storia che parla di evoluzione cosmica, il film ha un cuore sorprendentemente caldo. Merito dell’approccio pratico di Hyams: niente lucidature eccessive, niente estetica patinata. Le astronavi sembrano usate, le pareti hanno graffi, puoi quasi sentire l’aria stantia dei corridoi. Quando l’equipaggio si muove verso Europa, vedi la stanchezza nei loro gesti. Non sembra un viaggio epico. Sembra un turno di notte che nessuno si è offerto di fare volontario.
Ma è l’arco narrativo di HAL a colpire più forte. Chandra si rifiuta di trattarlo come un mostro, e questo cambia tutto. Finisci per tifare per un computer perché il film ti insegna piano piano a vederne il dolore. Quando HAL viene spinto a prendere una decisione impossibile verso il finale, la scena colpisce più di quanto ti aspetti. Non perché la sceneggiatura ti implori di commuoverti, ma perché le performance lasciano che l’emozione resti lì, sospesa, senza bisogno di sottolinearla.
Il finale non prova a inseguire la trascendenza di Kubrick. Atterra da qualche parte più piccolo, più triste, ma profondamente umano. Non c’è il viaggio psichedelico attraverso lo stargate, non c’è il feto stellare che fluttua nello spazio. C’è solo un messaggio semplice ma devastante: “Tutti questi mondi sono vostri. Eccetto Europa. Non tentate di atterrarvi”. Un avvertimento che sa di ultima possibilità per l’umanità di non fare casino.
Perché merita di essere riscoperto
2010 – L’anno del contatto non è mai riuscito a liberarsi del paragone. Come poteva? I sequel dei capolavori raramente ci riescono. Ma questo film sopravvive proprio perché non compete. Si riposiziona. Invece di gridare verso la montagna dove sta 2001, gira intorno alla base e guarda lo stesso mistero dall’altezza degli occhi. Rispetta Kubrick senza prostrarsi, e pianta i piedi nell’unico posto che Kubrick aveva raramente visitato: la vulnerabilità.
È una storia su persone che cercano di tenere duro mentre il mondo dietro di loro è pronto a esplodere. Una storia che crede che la comunicazione possa salvare più vite della scoperta. Una storia che fissa una delle mitologie più grandi della fantascienza e ha ancora il coraggio di chiedere, con totale sincerità, cosa si aspetti l’universo da noi una volta cresciuti.
Uscito in Italia nel marzo 1985, il film incassò discretamente ma non raggiunse mai lo status di cult. Venne schiacciato dal confronto impossibile con il suo predecessore e dalla contemporanea uscita di Beverly Hills Cop, che dominò il botteghino americano. Ma oggi, a distanza di quarant’anni, merita un’altra possibilità. Non perché sia un sequel perfetto. Non perché risolva tutti i misteri. Ma perché ha osato essere piccolo e umano accanto a qualcosa di enorme.
In un genere che adora il volume e lo spettacolo, questo film si limita a ronzare: costante, caldo, persistente. Lo senti se ti avvicini abbastanza. E forse, proprio in questo suo non voler strafare, c’è la sua lezione più importante: non tutte le storie hanno bisogno di alzare la voce. Alcune funzionano meglio quando semplicemente respirano.
Hai mai visto 2010 – L’anno del contatto? Pensi che meriti davvero di essere riscoperto o credi che alcuni sequel sia meglio lasciarli dove sono? Faccelo sapere nei commenti.
Il film in Italia può essere visto su Prime Video, Tim Vision e altre piattaforme di streaming.


