Gal Gadot non sarà presente alla prima mondiale di “In the Hand of Dante” alla Mostra del Cinema di Venezia. La notizia, confermata nelle ultime ore, arriva in un momento particolarmente delicato per il festival lagunare, dopo che oltre 1.500 professionisti del cinema internazionale hanno firmato un appello per chiedere il ritiro dell’invito all’attrice israeliana e al collega britannico Gerard Butler.
Il film di Julian Schnabel, presentato fuori concorso e basato sul romanzo di Nick Tosches, doveva essere uno dei momenti clou della rassegna veneziana. Con un cast stellare che include Oscar Isaac, Al Pacino, John Malkovich, Jason Momoa e Martin Scorsese, la pellicola racconta la storia di un manoscritto della Divina Commedia che finisce nelle mani della malavita newyorkese. Un progetto cinematografico ambizioso, costato oltre 15 anni di sviluppo e finalmente pronto per il grande schermo dopo le difficoltà produttive legate alla pandemia.
Ma la controversia politica ha finito per oscurare il valore artistico dell’opera. Il collettivo Venice4Palestine, che raggruppa personalità del calibro di Ken Loach, Marco Bellocchio, Carlo Verdone, Alba Rohrwacher e i fratelli Taviani, ha accusato Gadot e Butler di sostenere pubblicamente la politica israeliana. Una posizione che, secondo i firmatari dell’appello, risulterebbe incompatibile con la partecipazione a un festival che dovrebbe rappresentare i valori universali dell’arte cinematografica. Tuttavia, va chiarito che entrambi gli attori non avevano mai confermato ufficialmente la loro presenza al festival, il che ridimensiona notevolmente l’impatto reale della protesta.
La posizione di Gal Gadot: patriottismo o propaganda
La carriera militare di Gal Gadot nelle Forze di Difesa Israeliane, unita alle sue dichiarazioni pubbliche di sostegno al proprio paese durante momenti di tensione internazionale, l’hanno resa un bersaglio naturale per le critiche dei movimenti pro-palestinesi. Tuttavia, ridurre la sua figura artistica a una semplice portavoce politica appare quantomeno semplicistico.
L’attrice, diventata icona mondiale grazie al ruolo di Wonder Woman, ha sempre mantenuto un profilo professionale rispettoso, evitando dichiarazioni particolarmente controverse. Le sue prese di posizione, quando ci sono state, hanno riguardato principalmente la sicurezza del suo paese d’origine, senza mai scadere in toni offensivi verso altre popolazioni. In un mondo cinematografico dove spesso si confonde l’arte con l’attivismo politico, Gadot rappresenta piuttosto un esempio di come un artista possa mantenere la propria identità nazionale senza per questo rinunciare al dialogo internazionale.
La tradizione cinematografica italiana dovrebbe insegnarci che l’arte ha sempre saputo superare le divisioni politiche. Registi come Luchino Visconti, Federico Fellini e Roberto Rossellini hanno collaborato con attori di ogni provenienza geografica e orientamento politico, creando capolavori che oggi consideriamo patrimonio universale dell’umanità.
Il progetto artistico di Schnabel oltre le polemiche
Julian Schnabel, regista già premiato con la Palma d’Oro a Cannes per “Diving Bell and the Butterfly”, ha investito anni della sua carriera nel progetto “In the Hand of Dante”. Il film, che intreccia la storia medievale di Dante Alighieri con le vicende contemporanee del critico letterario Nick Tosches, rappresenta una riflessione cinematografica di alto livello sul rapporto tra arte, letteratura e corruzione del potere.
La scelta di Schnabel di mantenere la durata di 150 minuti, resistendo alle pressioni dei finanziatori che volevano un montaggio più commerciale, dimostra l’integrità artistica del progetto. Il regista americano, pittore prima che cineasta, ha sempre privilegiato la coerenza della visione autoriale rispetto alle logiche di mercato, un approccio che dovrebbe essere riconosciuto indipendentemente dalle controversie sui singoli interpreti.
Il cast multinazionale del film riflette proprio quella dimensione universale dell’arte che dovrebbe caratterizzare ogni grande festival cinematografico. Oscar Isaac, di origine guatemalteca, Al Pacino, icona del cinema americano-italiano, Jason Momoa, attore hawaiano, e lo stesso Martin Scorsese, rappresentano la ricchezza culturale che il cinema può offrire quando non viene limitato da pregiudizi nazionalistici.
Venezia tra arte e geopolitica
La Mostra del Cinema di Venezia si trova ora ad affrontare una delle crisi più delicate della sua storia recente. Da una parte la pressione di una parte significativa della comunità cinematografica internazionale, dall’altra la necessità di mantenere la propria autonomia artistica dalle interferenze politiche.
Il precedente creato da questa vicenda rischia di aprire scenari preoccupanti per il futuro dei festival cinematografici. Se ogni partecipazione dovesse essere valutata in base alle posizioni politiche degli artisti, molte delle più grandi opere della storia del cinema non avrebbero mai visto la luce. Pensate a film come “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, che includeva attori con posizioni politiche opposte sulla guerra del Vietnam, o ai capolavori di Akira Kurosawa, che lavorava con interpreti di diverse sensibilità politiche durante i complessi anni del dopoguerra giapponese.
La risposta della Biennale, che ha mantenuto un profilo diplomatico evitando di entrare nel merito delle richieste specifiche, appare saggia dal punto di vista istituzionale. Un festival cinematografico dovrebbe essere un luogo di confronto artistico, non una tribuna per contenziosi geopolitici, per quanto legittimi possano essere.
L’importanza della separazione tra arte e politica
Il cinema italiano ha una lunga tradizione di opere che affrontano temi politici senza per questo trasformarsi in propaganda. Da “Roma città aperta” di Rossellini a “Gomorrah” di Garrone, i nostri registi hanno sempre saputo raccontare la complessità del reale senza ridurla a schematismi ideologici.
Applicare criteri di esclusione politica alla partecipazione artistica significherebbe tradire questa tradizione di apertura culturale. Gal Gadot, come qualsiasi altro artista, dovrebbe essere giudicata per il valore delle sue interpretazioni, non per le sue posizioni personali su questioni che esulano dal cinema.
Il rischio di politicizzazione dei festival cinematografici è reale e pericoloso. Se accettassimo il principio che solo gli artisti con posizioni politiche “corrette” possano partecipare agli eventi culturali, apriremmo la strada a forme di censura che nulla hanno a che fare con la libertà artistica.
Verso una soluzione di equilibrio
La soluzione più saggia per il futuro sarebbe quella di mantenere i festival cinematografici come spazi neutri dedicati all’arte, dove possano confrontarsi opere e artisti di ogni provenienza e orientamento. Questo non significa ignorare le questioni politiche del nostro tempo, ma affrontarle attraverso gli strumenti specifici del cinema: la narrazione, la regia, la fotografia, la recitazione.
“In the Hand of Dante” aveva tutte le premesse per essere uno dei film più discussi di questa edizione della Mostra, non per le polemiche extra-cinematografiche ma per il valore della sua proposta artistica. La perdita di questa opportunità di dibattito culturale rappresenta un impoverimento per tutti gli spettatori interessati al cinema d’autore.
Il pubblico italiano, storicamente maturo nel distinguere tra qualità artistica e posizioni personali degli interpreti, merita di poter valutare autonomamente le opere cinematografiche senza essere condizionato da boicottaggi preventivi che nulla hanno a che fare con la critica cinematografica.
L’augurio è che questa vicenda possa servire da lezione per il futuro, ricordando a tutti gli attori del mondo cinematografico che l’arte dovrebbe unire, non dividere, e che i festival dovrebbero rimanere luoghi di confronto culturale liberi da condizionamenti politici esterni.
E tu cosa ne pensi? Credi che i festival cinematografici debbano mantenere la loro neutralità artistica o pensi che sia giusto che prendano posizioni politiche esplicite? Raccontaci la tua opinione nei commenti su questa complessa questione che tocca il rapporto tra arte e impegno civile.


