Cinque anni fa Disney provò a trasformare Jungle Cruise in una nuova grande avventura da franchise, affidandosi a Dwayne Johnson ed Emily Blunt e prendendo ispirazione dall’omonima attrazione dei suoi parchi. Il risultato non diventò il nuovo Pirati dei Caraibi che lo studio probabilmente sperava di ottenere, ma a distanza di tempo il film merita forse un giudizio meno severo.
Uscito in Italia il 28 luglio 2021, Jungle Cruise racconta la storia della dottoressa Lily Houghton, interpretata da Emily Blunt, che parte per l’Amazzonia alla ricerca di un albero leggendario dalle proprietà curative. Ad accompagnarla c’è Frank Wolff, capitano della sgangherata barca La Quila interpretato da Dwayne Johnson, uomo pieno di battute pessime, segreti e una quantità notevole di problemi.
La costruzione del film è molto evidente. C’è qualcosa di Indiana Jones, qualcosa de La mummia del 1999, una parte di Pirati dei Caraibi e persino un rapporto tra i protagonisti che ricorda certe vecchie avventure romantiche ambientate in territori esotici.
Questo è anche uno dei suoi limiti maggiori.
Jungle Cruise sembra spesso assemblato con pezzi di altri film migliori, senza riuscire a trovare fino in fondo una personalità propria. Ci sono conquistadores maledetti, soldati tedeschi, un oggetto da trovare prima dei cattivi, una giungla piena di pericoli e due protagonisti che iniziano punzecchiandosi continuamente. Il problema non è prendere ispirazione da formule già conosciute. Il cinema d’avventura lo fa da sempre. Serve però quella scintilla che faccia dimenticare allo spettatore da dove arrivino certe idee.
Emily Blunt è probabilmente l’elemento che funziona meglio. Lily è energica, ironica, testarda e abbastanza autonoma da non sembrare una semplice spalla di Johnson. Frank, invece, è molto più vicino al tipo di personaggio che The Rock interpretava spesso in quel periodo: simpatico, fisicamente invincibile, pronto alla battuta e costruito per non risultare mai troppo sgradevole.
La chimica tra i due funziona soprattutto come coppia da commedia d’avventura, meno quando il film cerca di trasformarla in una vera storia romantica.
Eppure ci sono parecchie cose che ancora oggi rendono Jungle Cruise piacevole. Il ritmo è sostenuto, alcune trovate funzionano, il cast comprende anche Jesse Plemons, Jack Whitehall, Édgar Ramírez e Paul Giamatti e il film riesce a mantenere quell’atmosfera da avventura estiva che ormai Hollywood produce molto meno spesso.
Anche il pubblico, tra l’altro, fu decisamente più generoso della critica.
Rotten Tomatoes registra attualmente il 62% di recensioni positive da parte della critica, ma il 92% tra il pubblico verificato. È una differenza enorme e probabilmente racconta bene ciò che è successo al film: chi cercava qualcosa di nuovo rimase deluso, mentre chi voleva semplicemente un’avventura Disney spettacolare con due star molto riconoscibili si divertì molto di più.
Poi arrivò il problema economico.
Jungle Cruise costò circa 200 milioni di dollari e incassò poco meno di 221 milioni nel mondo. In condizioni normali sarebbe stato un risultato chiaramente insufficiente per un film di quelle dimensioni. Il contesto del 2021, però, era tutt’altro che normale. Le sale stavano ancora affrontando gli effetti della pandemia e Disney decise di distribuire il film contemporaneamente al cinema e su Disney+ con Premier Access.
Nel solo weekend di debutto, Disney dichiarò oltre 30 milioni di dollari generati dal Premier Access, oltre agli incassi cinematografici. Questo non trasformò il film in un successo clamoroso, ma rende più difficile giudicarlo utilizzando soltanto il box office tradizionale.
Per un periodo, infatti, Disney credette ancora nella possibilità di trasformarlo in una saga.
Poco dopo l’uscita venne annunciato Jungle Cruise 2, con Johnson ed Emily Blunt destinati a tornare. I produttori parlavano di un’avventura più grande e di nuovi territori da esplorare. Poi del progetto si persero progressivamente le tracce.
Nel novembre 2025 sono stati proprio Johnson e Blunt a confermare che il sequel non sarebbe più stato realizzato. Johnson ha spiegato che, dopo la pandemia e i cambiamenti nella dirigenza Disney, lo studio aveva modificato la propria strategia e non riteneva necessario tornare su quel franchise. Blunt ha riassunto la situazione con una battuta: Disney semplicemente non voleva “salpare di nuovo”.
È un peccato soprattutto perché un secondo capitolo avrebbe potuto correggere proprio i problemi del primo.
Meno imitazioni, più identità. Meno necessità di costruire ogni scena intorno all’immagine di Dwayne Johnson e più spazio al rapporto tra i personaggi. Magari anche una regia più personale e un tono capace di spingersi maggiormente verso l’avventura pura.
Jungle Cruise non è un capolavoro incompreso. Ha dialoghi che non sempre funzionano, effetti visivi molto artificiali in alcuni punti e una storia che sembra familiare ancora prima di cominciare.
Ma non è nemmeno il fallimento creativo assoluto che il suo destino commerciale potrebbe far pensare.
Cinque anni dopo resta una produzione leggera, divertente e perfettamente consapevole di voler essere una grande attrazione cinematografica. Forse non abbastanza originale per generare una saga, ma abbastanza piacevole da far pensare che almeno un secondo viaggio con Frank e Lily avrebbe potuto avere senso.
Oggi Jungle Cruise è disponibile in Italia su Disney+, quindi recuperarlo è anche molto semplice.
Tu hai rivalutato Jungle Cruise negli anni oppure pensi che Disney abbia fatto bene ad abbandonare il sequel? Scrivicelo nei commenti.


