Ho appena finito di guardare DTF St. Louis su HBO Max e la mia impressione, detta in modo semplice, è questa: è una serie strana, ma non nel senso finto del termine. È strana perché ha un ritmo tutto suo, personaggi che parlano e si muovono in modo un po’ storto, scene che all’inizio sembrano quasi fuori posto e poi, piano piano, trovano un significato. Non mi ha conquistato subito. Anzi, la partenza mi ha fatto tenere le distanze. Però andando avanti ho capito che era proprio quello il suo modo di entrare in testa. E alla fine ci è riuscita.
La storia gira attorno a un triangolo tra tre adulti di mezza età, tutti parecchio insoddisfatti, tutti in qualche modo fuori asse. C’è di mezzo un’app di incontri, c’è un morto, c’è un’indagine, ma secondo me non è lì il vero centro della serie. Il morto è il punto da cui parte il racconto. Il vero interesse sta nel vedere come questi personaggi si sono incastrati uno con l’altro e in che modo sono arrivati a fare danni. Più che un giallo classico, per me è una storia di solitudine, desiderio e frustrazione raccontata in modo sghembo.
La prima puntata, lo dico subito, è la più difficile. Non perché sia brutta, ma perché ti mette davanti a un tono che non si lascia afferrare facilmente. Per alcuni minuti ho avuto l’impressione che la serie stesse quasi esagerando con le stranezze, come se volesse farmi capire a tutti i costi che non era il solito thriller HBO. In certi momenti rischia anche di sembrare compiaciuta. Poi però rallenta, si assesta e smette di voler impressionare. Da lì comincia a funzionare meglio. Molto meglio.
Quello che mi è piaciuto è che DTF St. Louis non cerca di rendere i personaggi simpatici per forza. Li mostra per come sono: impacciati, egoisti, feriti, spesso anche ridicoli. Ma non li tratta con cattiveria. E questa, secondo me, è la sua qualità più forte. Sotto l’umorismo nero e sotto le situazioni assurde c’è una tristezza vera, molto umana. Nessuno ha davvero il controllo della propria vita. Nessuno sa bene cosa vuole. E quando prova a prenderselo, combina un disastro.
David Harbour è quello che mi ha colpito di più. Il suo personaggio, Floyd, all’inizio può sembrare quasi una caricatura. Grosso, goffo, un po’ lento, con quell’aria da uomo che arriva sempre mezzo secondo dopo agli eventi. Invece, andando avanti, diventa il più doloroso da guardare. Harbour gli dà una fragilità che pesa, ma non in modo ricattatorio. Non ti chiede di compatirlo. Te lo mette davanti e basta. E più passano gli episodi, più si capisce che dentro quel corpo ingombrante c’è il personaggio più vulnerabile di tutti.
Jason Bateman fa una cosa diversa, ma altrettanto precisa. Il suo Clark è un uomo che sembra sempre trattenersi, come se parlasse e pensasse con il freno tirato. Bateman lo tiene lì, sul bordo, senza mai calcare troppo la mano. È un’interpretazione molto asciutta, che secondo me funziona proprio perché non prova mai a fare scena. Quanto a Linda Cardellini, parte con un personaggio che sembra quasi scritto per farti credere di aver già capito tutto. Poi invece no. E la cosa bella è che la serie non te lo dice apertamente. Ti lascia arrivarci da solo.
Anche il lato investigativo mi è piaciuto più del previsto, pur non essendo la parte più forte della serie. L’indagine c’è, porta avanti la storia, ma non diventa mai il solito giochino su chi mente meglio o su chi nasconde il colpo di scena finale. Gli investigatori servono soprattutto a mettere pressione ai personaggi e a tirar fuori le crepe. In questo senso il mistero non è il vero motore emotivo. È più una lente. Serve a guardare meglio queste persone mentre si rovinano la vita da sole.
Se devo trovare un difetto, direi questo: DTF St. Louis a volte si piace un po’ troppo. Ci sono scene che sembrano voler essere bizzarre per il gusto di esserlo. Alcuni dialoghi insistono su un tono sbilenco che non sempre mi ha convinto. E non è una serie che ti viene incontro. Devi accettare il suo passo, i suoi silenzi, il suo modo storto di far ridere e di far male. Se non entri in quella frequenza, rischi di restarne fuori. E capisco benissimo chi potrebbe mollarla dopo un episodio o due.
Però, una volta arrivato in fondo, mi è rimasta addosso più di quanto pensassi. Non per il mistero, non per il finale, e neppure solo per gli attori. Mi è rimasta per il modo in cui racconta il vuoto di certi adulti che hanno passato una vita intera a fingere di stare bene. La serie li guarda senza assolverli, ma senza neanche ridurli a mostri o macchiette. E questa cosa, oggi, non è così comune.
Il finale, senza rovinare niente, l’ho trovato coerente. Non perfetto, ma giusto per questo tipo di storia. Non cerca il colpo a effetto dell’ultimo minuto. Chiude il cerchio in modo amaro, con una lucidità che secondo me fa bene alla serie. Quando è finita non ho pensato “che finale pazzesco”. Ho pensato invece “ok, adesso questa storia ha il suo peso”. E per me conta di più.
In poche parole, DTF St. Louis non è una serie da consigliare a occhi chiusi a chiunque. Ma se piacciono le storie un po’ storte, i personaggi feriti, i toni a metà tra il noir, il grottesco e la malinconia, allora qualcosa da dare ce l’ha. Non è elegante, non è rassicurante, non è sempre facile. Però ha una personalità precisa. E nel mare di serie che si assomigliano tra loro, già questo per me ha un valore.
Tu riusciresti a dare fiducia a una serie che parte in modo così spiazzante oppure dopo il primo episodio la molleresti senza pensarci troppo?
Se ti va, dimmi nei commenti se DTF St. Louis ti incuriosisce oppure se ti sembra una di quelle serie che fanno troppo le strane.
La Recensione
DTF St. Louis
Per me DTF St. Louis è una serie riuscita, anche se non immediata. Parte in modo faticoso, rischia di respingere, ma poi trova una sua forma e diventa una storia amara, buffa e umana. Non la definirei imperdibile per chiunque, ma la definirei una serie con una voce propria, e questo oggi pesa parecchio.
PRO
- David Harbour è bravissimo e regala il personaggio più toccante della serie.
- Il trio con Jason Bateman e Linda Cardellini regge bene la storia.
- Non sembra la copia di altre miniserie crime.
- Mischia umorismo nero, disagio e malinconia in modo personale.
CONTRO
- Il primo episodio può allontanare parecchio.


