Donnie Darko compie oggi 25 anni: perché floppò al botteghino per poi diventare il cult per eccellenza?
Esattamente 25 anni fa, il 26 ottobre 2001, arrivava nelle sale cinematografiche americane Donnie Darko, un'opera destinata a riscrivere le regole del cinema di fantascienza. Diretto dal visionario…
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Vedi tutte →Esattamente 25 anni fa, il 26 ottobre 2001, arrivava nelle sale cinematografiche americane Donnie Darko, un’opera destinata a riscrivere le regole del cinema di fantascienza. Diretto dal visionario Richard Kelly, il film debuttò tuttavia nel momento storico peggiore possibile. L’azione principale della pellicola viene infatti innescata dal motore di un aereo di linea che, staccatosi in volo, si schianta violentemente contro la camera da letto del giovane protagonista. Uscendo a solo un mese e mezzo di distanza dai tragici attentati dell’11 settembre, il tema dei disastri aerei non era certamente ciò che il pubblico americano desiderava vedere al cinema.
Questa sfortunata coincidenza temporale, unita all’assoluta particolarità e stranezza dell’opera, decretò un inesorabile flop al botteghino: a fronte di un budget di 4,5 milioni di dollari, il film incassò inizialmente appena 7,5 milioni. Fu solo grazie alla successiva distribuzione nel mercato home video e alle proiezioni nel circuito dei “midnight movie” (gli spettacoli di mezzanotte) che la pellicola venne scoperta dai giovani dall’animo goth e dai cercatori di cinema non convenzionale, accumulando un seguito di appassionati enorme. Oggi, a un quarto di secolo di distanza, Donnie Darko viene celebrato come uno dei 15 migliori film di fantascienza degli anni 2000.
Tra schizofrenia, viaggi nel tempo e l’America di Reagan
Tecnicamente, il film si presenta come una complessa narrazione sui viaggi nel tempo. Il tormentato adolescente Donnie (interpretato magistralmente da Jake Gyllenhaal) è profondamente ossessionato dalle meccaniche e dalla filosofia che regolano i salti temporali, arrivando a studiare il libro “The Philosophy of Time Travel” che gli viene consegnato da un premuroso insegnante, interpretato da Noah Wyle.
Tuttavia, Donnie Darko si eleva soprattutto come uno studio psicologico profondo su un ragazzo che soffre di schizofrenia paranoide. In uno stato di confusione allucinatoria, Donnie si ritrova a dialogare con una presenza sinistra: un uomo avvolto in un inquietante costume da coniglio gigante di nome Frank, interpretato da James Duval. Questa figura gli parla per enigmi, gli preannuncia eventi futuri e lo spinge a scriversi un misterioso codice temporale sull’avambraccio, innescando un conto alla rovescia ineluttabile verso veri e propri risvolti legati ai viaggi nel tempo. Il personaggio di Gyllenhaal brama comprensione e connessione umana, ma si ritrova intrappolato nella propria percezione delle inquietanti dinamiche dell’universo.
A rendere il film un capolavoro è anche la spietata satira sociale in cui è immerso, oltre alla sua bellezza tenera che si nasconde nella fotografia cupa. Ambientato nel 1988, al tramonto dell’America di Ronald Reagan, il film mette in scena un mondo adulto del tutto incapace di comprendere e gestire un adolescente difficile e instabile come Donnie, preferendo rifugiarsi in un linguaggio rassicurante e ormai divenuto un freddo cliché. L’emblema di questa superficialità è Jim Cunningham (Patrick Swayze), uno psicologo pop le cui videocassette spopolano nella cittadina della Virginia, al punto che le scuole locali adottano i suoi metodi. Mentre le madri si azzuffano e si accusano di scarsa devozione per il gruppo di ballo infantile delle “Sparkle Motion”, Donnie cerca di scavalcare le finzioni della vita. L’adolescente trova conforto solo nel confronto intellettuale con i professori — Wyle e Drew Barrymore, che interpreta un’insegnante attenta all’intelligenza e alla bellezza — e tra le braccia di Gretchen (Jena Malone), la “cool girl” del posto. Alla fine, il fulcro del film risiede proprio nel potere dell’altruismo.
La Director’s Cut e il destino di Richard Kelly
Il successo clamoroso ottenuto in un secondo momento spinse il regista Richard Kelly a pubblicare nel 2004 una tanto discussa “Director’s Cut”. Questa nuova versione, riordinata nel montaggio e arricchita di 21 minuti inediti, riuscì a incassare altri 3,7 milioni di dollari, sebbene venga preferita alla versione cinematografica originale solo dai fan più accaniti. Nel 2009 è stato persino realizzato un sequel intitolato S. Darko, una pellicola massacrata da quasi chiunque in cui Kelly non ha avuto alcun coinvolgimento produttivo.
Nonostante Donnie Darko lo abbia trasformato in un eroe di culto, la carriera successiva del cineasta non ha incontrato il grande successo hollywoodiano. Nel 2005 ha firmato la sceneggiatura del confusionario film d’azione Domino di Tony Scott. Nel 2007 è tornato alla regia con Southland Tales, un ambiziosissimo e divisivo racconto sci-fi apocalittico, incentrato sulle conseguenze dell’amministrazione di George W. Bush, che si è rivelato un disastro al botteghino e che molti considerano un atto di pura indulgenza autoriale. Il suo ultimo lavoro da regista risale al 2009 con The Box, un thriller basato su un racconto di Richard Matheson paragonabile a un lungo episodio di Ai confini della realtà, che ha registrato l’ennesimo flop. Ancora oggi, Donnie Darko rimane il suo vertice assoluto.
E voi avete mai visto questo capolavoro fantascientifico? Qual è la vostra teoria sul finale del film e sui misteriosi viaggi nel tempo raccontati dal coniglio Frank? Preferite la versione originale uscita al cinema o la Director’s Cut? Scrivetecelo nei commenti qui sotto e confrontatevi con noi!










