Rai 1 sta riportando in prima serata Il giovane Montalbano e inevitabilmente torna una domanda che divide da anni gli appassionati di Andrea Camilleri: meglio il Montalbano originale di Luca Zingaretti o quello più giovane interpretato da Michele Riondino?
La risposta sembra facile finché non si rivedono davvero entrambe le serie.
Da una parte c’è il commissario che ha trasformato Vigàta in uno dei luoghi più riconoscibili della televisione italiana. Dall’altra c’è il prequel che prova a mostrarci come Salvo sia diventato l’uomo che conosciamo, raccontandone i primi casi, l’arrivo di Livia, l’amicizia con Mimì Augello e la formazione della squadra del commissariato. Il giovane Montalbano parte infatti dall’arrivo del protagonista a Vigàta e ricostruisce proprio gli anni precedenti alle storie della serie principale.
E allora vale la pena scegliere?
Luca Zingaretti è il Montalbano che abbiamo imparato ad aspettare
Per moltissimi spettatori Montalbano ha il volto di Luca Zingaretti, e probabilmente sarà sempre così.
La serie principale debutta nel 1999 e porta in televisione le indagini del commissario nato dalla penna di Andrea Camilleri. Accanto a Zingaretti ci sono Cesare Bocci nei panni di Mimì Augello e Peppino Mazzotta in quelli di Fazio, in un equilibrio diventato familiare puntata dopo puntata.
Il suo Salvo è già formato.
È ironico, burbero, insofferente alle gerarchie, capace di perdere la pazienza per una telefonata sbagliata di Catarella e altrettanto capace di intuire una verità che gli altri non vedono.
Ha le proprie abitudini.
Il mare.
Le mangiate.
Livia.
Le discussioni con Mimì.
Le passeggiate durante le quali sembra pensare meglio di quanto faccia seduto alla scrivania.
Zingaretti ha avuto il vantaggio enorme del tempo: 37 episodi distribuiti in più di vent’anni, abbastanza per trasformare un’interpretazione in una presenza quasi domestica per il pubblico italiano. La Rai stessa definisce quella raccolta come la serie del “commissario più famoso della TV”.
Difficile competere con un legame costruito così a lungo.
Michele Riondino, però, aveva una sfida molto più difficile
Michele Riondino si ritrovò davanti un problema notevole.
Come interpreti Montalbano senza imitare Luca Zingaretti?
Provare a replicarne voce, gesti e tempi sarebbe stato il modo più rapido per trasformare Il giovane Montalbano in una caricatura.
Riondino sceglie invece un Salvo diverso.
Più irrequieto.
Più impulsivo.
Meno sicuro.
È un uomo che deve ancora capire come vuole fare il poliziotto e, in certi casi, anche come vuole vivere.
Questo è probabilmente il principale motivo per cui il prequel funziona.
Non ci mostra semplicemente Zingaretti con vent’anni in meno.
Ci mostra qualcuno che non è ancora diventato quel Montalbano.
Nel primo episodio arriva a Vigàta e si accorge quasi subito che l’indagine su un omicidio sta andando nella direzione sbagliata. Poco dopo lo vediamo attraversare passaggi fondamentali della sua vita privata e professionale.
Riondino può quindi permettersi esitazioni che nell’altro Montalbano sarebbero sembrate strane.
Il Giovane Montalbano ha un vantaggio: ci racconta le origini
Una delle cose più divertenti del prequel è riconoscere progressivamente i pezzi del mondo che già conosciamo.
Mimì Augello non è ancora semplicemente “Mimì”.
Livia deve ancora entrare stabilmente nella vita di Salvo.
Fazio e Catarella devono trovare il proprio posto.
Persino alcuni comportamenti del commissario assumono un significato diverso perché possiamo vedere come nascono.
È il piacere tipico dei prequel, ma Il giovane Montalbano lo gestisce senza trasformare ogni scena in una strizzata d’occhio allo spettatore.
Non serve che qualcuno dica: “Ah, Salvo, questa abitudine ti accompagnerà per i prossimi trent’anni”.
Per fortuna.
Le cose accadono in maniera abbastanza naturale e il pubblico riconosce da solo ciò che diventerà importante.
Però Zingaretti aveva qualcosa che è quasi impossibile replicare
Il Montalbano originale possiede una qualità che si costruisce difficilmente a tavolino: la sensazione che attore e personaggio siano diventati inseparabili.
Dopo tanti anni, Zingaretti non sembra più interpretare Montalbano.
Entra in scena e basta.
Sappiamo già come reagirà a Catarella prima ancora che Catarella finisca la frase.
Sappiamo che se qualcuno interrompe il pranzo sarà una cattiva giornata.
Sappiamo persino dal modo in cui guarda un sospettato se ha già capito qualcosa.
Questo livello di familiarità non nasce soltanto dalla bravura dell’attore.
Nasce dal tempo trascorso insieme.
Il giovane Salvo di Riondino è forse più immediatamente dinamico e a volte anche più vulnerabile, ma non può avere quella stessa storia condivisa con lo spettatore.
E allora quale dei due è migliore?
Io credo che la risposta dipenda da cosa cerchiamo.
Luca Zingaretti è probabilmente il Montalbano definitivo.
Ha costruito un personaggio riconoscibile anche da chi non ha mai letto Camilleri e ha contribuito a trasformare la fiction in uno dei maggiori successi internazionali della Rai.
Michele Riondino, però, riesce in qualcosa che sulla carta sembrava molto difficile: rendere credibile lo stesso uomo prima che diventasse quello che conosciamo.
Il suo Montalbano ha più spigoli ancora da limare.
Sbaglia.
Si innervosisce.
Deve costruire rapporti.
E forse proprio per questo, rivedendo oggi Il giovane Montalbano in Rai, viene voglia di rivalutarlo.
Non è una copia minore.
È una versione diversa dello stesso personaggio.
Zingaretti ci mostra il commissario arrivato alla piena maturità.
Riondino ci permette di vedere come ci è arrivato.
E dopo tanti anni, forse la sfida più divertente non è nemmeno stabilire chi sia “più bravo”.
È capire quale Montalbano ci piace frequentare di più.
Quello che sa già perfettamente chi è oppure quello che deve ancora scoprirlo?
Voi da che parte state: Luca Zingaretti o Michele Riondino? Preferite Il commissario Montalbano originale oppure Il giovane Montalbano che Rai 1 sta riproponendo in queste settimane? Scrivetecelo nei commenti.


