Elon Musk ha attaccato Christopher Nolan per il casting di The Odyssey, accusandolo in sostanza di inseguire l’approvazione di Hollywood e dei premi, più che la fedeltà all’immaginario dell’Odissea. La polemica riguarda soprattutto Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia e la presenza di Elliot Page nel cast, con un ruolo che però, va detto subito, non risulta ancora chiarito in modo definitivo. E qui la discussione diventa interessante, perché al netto dei toni spesso brutali dei social, Musk non sta parlando nel vuoto: l’Academy ha davvero introdotto criteri di rappresentazione e inclusione per i film candidabili all’Oscar come Miglior film.
Partiamo dal fatto più concreto. Dal 2024, per concorrere al premio Oscar come Miglior film, una produzione deve rispettare almeno due standard su quattro tra quelli fissati dall’Academy. Questi standard riguardano vari aspetti: rappresentazione sullo schermo, composizione del team creativo, opportunità di accesso all’industria e strategie di marketing e distribuzione. Dentro questi criteri rientrano gruppi sottorappresentati legati a etnia, genere, orientamento sessuale, disabilità e altre categorie. Quindi sì, l’industria dei premi oggi ha criteri formali di inclusione. Non è una fantasia da tastiera.
E allora la domanda diventa meno banale: quando un film storico o mitologico cambia l’immaginario dei personaggi, lo fa per scelta artistica o anche per stare dentro un sistema che premia certi segnali culturali?
Musk, come spesso gli capita, ha scelto il modo più diretto e incendiario. Ha rilanciato critiche contro Nolan e ha scritto che il regista “vuole l’Oscar”, collegando le scelte del cast ai criteri di diversità dell’Academy. Secondo quanto riportato da ANSA, Musk ha accusato Nolan di cambiare la razza dei personaggi dell’Odissea proprio alla luce di quelle regole.
Ora, bisogna essere onesti. Non abbiamo una mail di Nolan che dice: “Ho scelto questo cast per rispettare gli standard Oscar”. Non c’è una prova diretta. Ma l’appiglio esiste eccome. E ignorarlo sarebbe un po’ comodo. Perché se un’industria introduce criteri ufficiali, è normale che quegli stessi criteri finiscano per influenzare il modo in cui produttori, studios e registi ragionano sui film. Magari non sempre in modo meccanico. Magari non in ogni singola scelta. Però il clima cambia.
E questo vale ancora di più per un film come The Odyssey, un kolossal da 250 milioni di dollari, girato in IMAX 70 mm, con un cast enorme e con l’ambizione chiarissima di diventare un evento cinematografico. Parliamo di Nolan, non di un prodotto minore buttato in streaming il venerdì notte. Quando un autore di quel livello realizza un film del genere, è ovvio che la stagione dei premi sia nel radar. Non per forza come ossessione, ma come parte del gioco.
La questione più delicata resta Elena di Troia. Nell’immaginario classico occidentale, Elena è legata a un’idea precisa: la donna la cui bellezza avrebbe acceso la guerra di Troia. Per secoli è stata rappresentata in un certo modo, dentro una tradizione greca, europea, mediterranea. Puoi discuterne quanto vuoi, puoi dire che il mito non è un verbale storico, ed è vero. Però non puoi nemmeno fingere che cambiare radicalmente quell’immaginario sia una scelta neutra, invisibile, senza significato.
E qui molti spettatori si irritano. Non perché non conoscano la differenza tra mito e documentario. Ma perché hanno la sensazione che Hollywood, quando mette mano a opere antiche, storiche o leggendarie, spesso non voglia solo reinterpretare. Vuole correggere. Vuole riscrivere. Vuole adattare tutto al linguaggio morale del presente. E dopo anni di adattamenti in cui questa dinamica si ripete, il pubblico ha iniziato ad accorgersene. Anzi, diciamolo: una parte del pubblico si è proprio stufata.
L’Odissea non è una storia qualunque. È uno dei testi fondanti dell’immaginario occidentale. Dentro ci sono Ulisse, Penelope, Telemaco, gli dèi, il ritorno a casa, il mare, l’inganno, la fedeltà, la nostalgia, la guerra che lascia macerie anche dopo la vittoria. Non è un franchise qualunque da piegare al trend del momento. È una materia fragile, enorme, antichissima. Se la tocchi, devi sapere dove stai mettendo le mani.
Questo non significa che ogni personaggio debba essere trattato come una statua in un museo. Il cinema vive anche di tradimenti intelligenti. Un adattamento può cambiare, spostare, modernizzare. Ma c’è una differenza tra reinterpretare un mito e svuotarlo del suo contesto per farlo rientrare nei codici culturali di oggi. Ed è proprio qui che la critica di Musk, anche se detta con la solita mazza da baseball, trova un punto reale.
Poi c’è il caso Elliot Page. Qui serve più prudenza, perché il ruolo non è stato confermato con la stessa chiarezza. Alcune polemiche online parlano di Achille, ma diverse ricostruzioni ricordano che non c’è ancora una conferma ufficiale definitiva. Quindi attaccare quella scelta come se fosse già certa rischia di indebolire la critica. Se Page interpretasse davvero Achille, allora la discussione sulla coerenza fisica e simbolica del personaggio sarebbe inevitabile. Achille non è un ruolo qualsiasi: è l’archetipo del guerriero, della forza devastante, della gloria e della morte giovane. Però prima di costruirci sopra un processo conviene aspettare il dato certo.
Il punto più ampio, però, resta in piedi. Gli Oscar non sono più solo un premio artistico nel senso tradizionale. Sono anche un sistema che dichiara apertamente quali valori vuole spingere dentro l’industria. Alcuni lo trovano giusto, perché Hollywood per decenni ha escluso o sottorappresentato molte categorie. Altri lo trovano pericoloso, perché temono che l’arte venga valutata anche in base a caselle identitarie e non solo in base alla forza del film.
Io capisco molto bene la seconda preoccupazione. Quando un premio così importante inserisce criteri di rappresentazione, il rischio è che gli studios inizino a ragionare in modo difensivo: “Abbiamo abbastanza diversità? Rientriamo negli standard? Questo casting ci aiuta?”. E anche se nessuno lo ammette pubblicamente, è ingenuo pensare che certe domande non entrino nelle riunioni.
Per questo la polemica su The Odyssey non va liquidata come il solito capriccio di Musk. Certo, Musk spesso usa toni pesanti e poco eleganti. Certo, alcuni commenti online su Lupita Nyong’o sono scivolati in attacchi personali brutti e inutili. Ma criticare un casting in rapporto alla coerenza di un mito non è automaticamente odio. Può essere anche una difesa dell’opera originale, o almeno dell’immaginario che quell’opera ha costruito nei secoli.
E qui Nolan ha una responsabilità enorme. Perché se il film sarà potentissimo, coerente, visivamente travolgente e capace di dare senso a ogni scelta, molte critiche perderanno forza. Se invece The Odyssey sembrerà l’ennesimo classico antico riletto con il manuale dell’inclusione contemporanea in mano, allora Musk potrà dire: “Ve l’avevo detto”.
La vera prova, alla fine, sarà il film. Ma l’appiglio resta: gli Oscar hanno introdotto criteri di inclusione, Hollywood li conosce, e un kolossal che vuole stare nella corsa ai premi non può ignorarli. Da qui a dire che Nolan abbia scelto ogni attore solo per quello ce ne passa. Però dire che il sistema non influenzi più nessuno è altrettanto poco credibile.
E tu cosa ne pensi? Musk ha ragione a vedere dietro il casting di The Odyssey una scelta pensata anche per compiacere Hollywood e gli Oscar, oppure Nolan va giudicato solo quando vedremo il film? Scrivilo nei commenti.


