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Perché l’Odissea del 1968 è più bella di quella di Nolan: aveva meno mezzi, ma comprendeva molto meglio Omero

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
29 Luglio 2026
in Film, Film & Serie TV
Tempo di lettura 7 minuti
Perché l’Odissea del 1968 è più bella di quella di Nolan aveva meno mezzi, ma comprendeva molto meglio Omero

L’Odissea del 1968 diretta da Franco Rossi è più bella del film di Christopher Nolan perché non si limita a mettere in scena le avventure di Ulisse: riesce a conservare il mistero, la poesia e l’umanità del poema di Omero. Nolan realizza un’opera tecnicamente imponente, piena di paesaggi, battaglie e interpreti famosi. Lo sceneggiato Rai, pur mostrando inevitabilmente i segni della propria epoca, racconta invece un mondo antico che sembra ancora abitato dagli dèi.

Il confronto non è del tutto equilibrato. Nolan deve condensare il viaggio in un film, mentre Franco Rossi dispone di otto puntate e quasi sette ore di racconto. La maggiore durata aiuta, ma non spiega da sola la differenza. Lo sceneggiato del 1968 compie una scelta precisa: si mette al servizio di Omero. Nolan usa Omero per costruire un film di Christopher Nolan.

La differenza si sente quasi subito.

Bekim Fehmiu sembra Ulisse, Matt Damon sembra Matt Damon vestito da Ulisse

Bekim Fehmiu interpreta un Ulisse stanco, sporco, diffidente e attraversato da una malinconia che non ha bisogno di essere spiegata. Il suo volto racconta dieci anni di guerra e altri dieci trascorsi lontano da casa. Possiede forza, ma soprattutto astuzia. Osserva prima di agire e riesce a risultare eroico senza diventare un monumento.

Matt Damon offre una prova solida, ma il suo Ulisse appare più vicino al soldato moderno traumatizzato dalla guerra. È concreto, severo e pragmatico. Nolan cerca di renderlo comprensibile allo spettatore contemporaneo, ma nel farlo riduce parte della sua ambiguità. Il protagonista omerico è bugiardo, seduttore, narratore di sé stesso e uomo capace di azioni moralmente discutibili. Damon conserva alcuni di questi elementi, senza restituire pienamente il piacere quasi pericoloso con cui Ulisse inventa, manipola e sopravvive.

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Anche The New Yorker ha contestato questa modernizzazione, descrivendo l’Ulisse di Nolan come un tattico pratico più che come l’inventore instancabile e moralmente ambiguo del poema. Secondo la recensione, il tentativo di razionalizzare il mondo antico finisce per renderlo più prosaico.

Fehmiu non prova invece a rendere Ulisse simpatico o facilmente decifrabile. Gli lascia addosso una distanza. È un uomo che appartiene a un’epoca diversa dalla nostra, ed è proprio per questo che incuriosisce.

Franco Rossi non ha paura degli dèi e del mistero

Il limite maggiore del film di Nolan è il rapporto esitante con il soprannaturale. Gli dèi vengono evocati, temuti e nominati, ma raramente assumono quella presenza concreta che possiedono nel poema. Athena compare, mentre le dispute divine che decidono il destino degli uomini vengono drasticamente ridotte.

L’Odissea del 1968 non cerca di spiegare ogni apparizione. Accetta che il mondo di Ulisse sia governato da forze invisibili, capricciose e incomprensibili. Il Ciclope non è soltanto un avversario enorme. Circe non è una deviazione sensuale lungo il viaggio. Le Sirene non rappresentano semplicemente un altro ostacolo d’azione.

Ogni incontro modifica il protagonista e mette alla prova qualcosa di umano: l’orgoglio, il desiderio, la curiosità, la paura della morte, la nostalgia di casa. Il fantastico non viene trattato come un effetto da rendere credibile, ma come la forma attraverso cui Omero parla delle debolezze degli uomini.

Nolan è bravissimo a mostrare il peso fisico di una battaglia e la potenza di un gigante. Rossi lascia invece la sensazione che dietro il mare possa nascondersi qualcosa che nessun uomo è in grado di comprendere.

Non servono immagini perfette. Serve crederci.

Irene Papas dà a Penelope una grandezza che non dipende da Ulisse

Anche Penelope segna una distanza importante tra le due opere. Anne Hathaway è considerata da molti critici una delle presenze migliori del film di Nolan e riesce a dare dignità alla lunga attesa della regina. Alcune recensioni l’hanno indicata come il riferimento emotivo dell’intera storia.

Irene Papas, però, è Penelope prima ancora di pronunciare una parola. Il suo volto severo, il modo in cui attraversa il palazzo e la calma con cui fronteggia i Proci raccontano una donna che non trascorre vent’anni semplicemente aspettando il marito.

Penelope governa una casa assediata. Deve proteggere il figlio, difendere il potere di Ulisse e impedire che la pressione degli uomini raccolti a Itaca la costringa a scegliere un nuovo sposo. La tela non è un piccolo trucco domestico: è un atto politico.

Lo sceneggiato le concede tempo. Mostra la stanchezza, la lucidità e il dubbio. Penelope non sa se Ulisse sia ancora vivo e non può trasformare la speranza in certezza. Persino il ricongiungimento conserva prudenza: prima di abbandonarsi al sentimento, deve verificare che quell’uomo sia davvero suo marito.

Nolan possiede una grande attrice. Franco Rossi possiede un personaggio completo.

Lo sceneggiato racconta anche l’attesa, non soltanto il viaggio

Un adattamento dell’Odissea rischia facilmente di diventare una raccolta di episodi celebri: Polifemo, Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi, il ritorno a Itaca. Nolan lega queste tappe con la propria costruzione narrativa, spezza il tempo e cerca connessioni tra guerra, memoria e trauma.

Il risultato è ambizioso, ma non sempre emotivamente limpido. Emily Wilson, autrice di una delle traduzioni inglesi contemporanee più apprezzate del poema e indicata dallo stesso Nolan come fonte d’ispirazione, ha criticato duramente la sceneggiatura. Secondo la studiosa, il film non approfondisce abbastanza tempo, memoria, guerra e rapporti familiari, mentre i personaggi avrebbero motivazioni deboli e la struttura risulterebbe costruita attorno a un espediente.

Franco Rossi usa una forma più lineare. Non ha bisogno di dimostrare continuamente la propria bravura nell’organizzazione del racconto. Telemaco cerca il padre, Penelope resiste, Ulisse prova a tornare. Le tre attese avanzano insieme e finiscono per incontrarsi.

La semplicità permette di percepire il tempo trascorso. Itaca non viene messa in pausa mentre il protagonista affronta i mostri. Le persone invecchiano, i rapporti cambiano e il vuoto lasciato dal re diventa ogni giorno più difficile da difendere.

Il ritorno acquista così un valore più profondo. Ulisse non deve soltanto raggiungere un luogo. Deve capire se esiste ancora uno spazio per lui nella vita che aveva abbandonato.

Gli effetti del 1968 sono imperfetti, ma hanno un’anima

L’Odissea di Franco Rossi fu una produzione enorme per la Rai. Nacque da una collaborazione tra Italia, Francia, Jugoslavia e Germania Ovest, venne girata tra studi italiani ed esterni jugoslavi e rappresentò la prima grande produzione televisiva a colori della Rai. Agli effetti speciali lavorarono anche Mario Bava e Carlo Rambaldi.

Alcune soluzioni oggi appaiono artigianali. Polifemo non può competere con la potenza visiva di un moderno colosso digitale e certe scenografie rivelano la propria natura teatrale. Eppure quelle imperfezioni contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi da racconto tramandato oralmente.

Nolan dispone di navi, migliaia di comparse, riprese in grande formato e un suono capace di far tremare la sala. Sa costruire immagini spettacolari e non si può negare la grandezza tecnica del progetto. Diverse recensioni hanno infatti celebrato il film come un’opera ambiziosa e potente, capace di riflettere sul costo della guerra.

La grandezza, però, non coincide sempre con la bellezza.

Lo sceneggiato del 1968 può apparire più povero, ma possiede immagini che restano nella memoria perché sembrano appartenere a un sogno antico. Non mostra il Mediterraneo come una meta turistica né come un campo d’azione. Lo trasforma in uno spazio mentale, pieno di silenzi, rocce, vento e pericoli.

Giuseppe Ungaretti ricordava che stavamo ascoltando un poema

Ogni puntata veniva introdotta da Giuseppe Ungaretti, che leggeva alcuni versi di Omero e accompagnava lo spettatore dentro il racconto. Potrebbe sembrare una scelta didattica, legata a una televisione di altri tempi. Produceva invece un effetto fondamentale: ricordava che quelle immagini nascevano dalla poesia.

Lo sceneggiato non si vergognava della propria origine letteraria. Non cercava di rendere Omero più veloce, più realistico o più vicino ai dialoghi contemporanei. Accettava la solennità del testo e cercava una lingua televisiva capace di conservarla.

Nolan ama il poema, ma lo traduce nella propria grammatica: montaggio elaborato, uomini traumatizzati, tempo scomposto, spettacolo fisico e un tono costantemente grave. È un’interpretazione legittima, persino affascinante in alcuni passaggi. A volte, però, sembra che Omero debba adattarsi al regista invece del contrario.

Franco Rossi scompare maggiormente dietro la storia. Per questo la sua opera continua a sembrare un’Odissea, mentre quella di Nolan rimane soprattutto un film di Nolan.

Il 1968 ci fa desiderare il ritorno di Ulisse

La superiorità dello sceneggiato emerge soprattutto nel finale. Dopo tante ore trascorse con Penelope, Telemaco, i servi e i pretendenti, il ritorno di Ulisse produce una tensione che non dipende soltanto dalla vendetta.

Vogliamo che venga riconosciuto. Vogliamo che Argo riesca a vederlo un’ultima volta. Vogliamo che Penelope pronunci finalmente le parole capaci di superare la diffidenza. L’arco e il letto costruito intorno all’ulivo non sono soltanto prove narrative: racchiudono l’identità di una famiglia rimasta spezzata per vent’anni.

Nolan mostra la potenza del ritorno. Rossi ne fa sentire il bisogno.

L’Odissea del 1968 non è superiore perché più fedele in ogni dettaglio. Anche lo sceneggiato modifica e comprime il poema. È superiore perché comprende che la storia non parla principalmente di un guerriero che sconfigge mostri. Parla di un uomo che ha attraversato il mondo e ha scoperto che nessuna conquista vale quanto la possibilità di essere riconosciuto da chi ama.

Nolan offre il viaggio più grande. Franco Rossi racconta meglio il desiderio di tornare a casa.

Secondo te l’Odissea del 1968 conserva meglio la poesia di Omero oppure la potenza cinematografica di Nolan riesce a superarla? Scrivilo nei commenti.

Tags: Christopher NolanOdisseaRai
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Wonder Channel Redazione

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Siamo la redazione del magazine Wonder Channel, stacanovisti per passione. Siamo gli editori del magazine.

Commenti 2

  1. Maria Letizia Avato says:
    1 settimana fa

    Ho molto apprezzato questo raffronto, perché penso che sia davvero molto difficile esprimere così compiutamente e con estremo garbo il divario che separa lo spettacolare Odisseo dal poetico sceneggiato nostrano; avevo 10 anni e ne ricordo ogni dettaglio. Ieri ho visto Nolan e non mi volevo davvero mettere “di punta” a criticare tanto per, ero e sono totalmente pronta ad accettare la libertà di interpretazione e rivisitazione, ma che noia! Non sono rimasta delusa dalla mancanza di fedeltà, a cosa poi? Ma questo colossal, che ti fa vibrare lo stomaco dall’inizio alla fine, non ha fatto vibrare per un solo momento la mia anima.

    Rispondi
  2. francesco says:
    2 settimane fa

    non ci interessa “capire meglio Omero”.
    L’abbiamo capito!
    E proprio perché l’abbiamo capito possiamo trasporlo in un’opera moderna, che non presenta più solo valori epici machisti, patriarcali, di virtù senza macchia né paura.
    Quell’uomo è finito già con certa cultura romana e sepolto dal romanticismo prima e dalla psicanalisi dopo.
    La bellissima opera di Rossi è imbattibile in poeticità, i tempi dilatati le consentono di non perdere dettagli preziosi, ma resta una versione didascalica, scolastica, ad usum delphini.
    Così la versione peplum con Kirk Douglas, che era semplicemente un western d’avventura.
    Nolan ci offre finalmente il profilo di un uomo moderno, un leader virtuoso proprio per le sue insicurezze, un eroe laico, con una presenza marginale delle divinità. I tempi compressi gli hanno imposto licenze, sintesi ed omissioni. Ma è evidente che non gli interessa né l’Ulisse furbo di Omero, né quello curioso dantesco, che segue “virtute e canoscenza”.
    È tempo di un Ulisse che si interroga sulle proprie responsabilità, sull’arroganza di sentirsi civiltà eletta mentre si partecipa attivamente alla distruzione della civiltà, conseguente alla violazione sistematica della legge fondamentale che la tiene insieme: il rispetto per l’altro.

    Rispondi

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