Sapevi che Roma rifiutò le autorizzazioni per girare Il vigile e Sordi portò tutto a Viterbo?
Il vigile uscì nelle sale nel 1960 con la dicitura classica stampata sui titoli di testa: «Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale». Era una bugia…
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Vedi tutte →Il vigile uscì nelle sale nel 1960 con la dicitura classica stampata sui titoli di testa: «Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale». Era una bugia bella e buona, e probabilmente tutti lo sapevano. La storia di Otello Celletti, il disoccupato che ottiene per raccomandazione il posto da vigile motociclista e poi ha l’ardire di multare il sindaco, era ispirata a un fatto reale avvenuto l’anno prima, in una Roma che non aveva ancora deciso se fare ridere o indignarsi. Dietro ci stavano Alberto Sordi, Vittorio De Sica e un regista come Luigi Zampa che da anni costruiva commedie capaci di far ridere e pensare nello stesso momento. Il risultato fu uno dei film più amati della commedia all’italiana, con una manciata di retroscena che vale la pena conoscere prima di rivederlo.
La storia vera che il film fingeva di non raccontare
Tutto cominciò nell’estate del 1959, quando un vigile motociclista di Roma di nome Ignazio Melone fermò un’automobile che aveva effettuato un sorpasso vietato e si apprestò a compilare la contravvenzione. Dal finestrino scese un uomo che si presentò come il questore di Roma, Carmelo Marzano, evidentemente convinto che quella informazione bastasse a chiudere la questione. Non bastò. Melone elevò la multa lo stesso, il questore si infuriò, prima cercò di far pressione e poi citò il vigile in giudizio.
Il caso finì sui giornali, diventando uno di quegli episodi di cronaca in cui gli italiani si riconoscono con una precisione quasi dolorosa: da una parte il piccolo funzionario che per una volta applica la legge senza guardare in faccia nessuno, dall’altra il potente che non riesce ad accettare che le regole valgano anche per lui. La sinistra trasformò Melone in una sorta di Zorro nazional-popolare, il simbolo di una giustizia uguale per tutti che nella pratica esisteva raramente. Poi il settimanale di destra Lo Specchio pubblicò che la sorella del vigile aveva una vita non proprio irreprensibile a Milano, e l’aureola si appannò. Melone finì processato, la storia si chiuse nel modo più italiano possibile.
Lo sceneggiatore Rodolfo Sonego, che con Sordi aveva già costruito un sodalizio destinato a durare decenni, prese quella vicenda e la ripulì dai dettagli più scomodi, trasformandola in qualcosa di più universale. Il protagonista del film non è un eroe, disse Sonego: «È un piccolo prepotentello che diventa per noi una metafora universale». Quella onestà verso il personaggio è una delle ragioni per cui il film regge così bene ancora oggi.
Roma disse no, Viterbo disse sì
La produzione aveva in mente Roma per le riprese. Una commedia ambientata in una città italiana del boom economico, con le sue strade caotiche, i suoi incroci pericolosi e il traffico che Otello Celletti avrebbe dovuto regolare combinando ogni tipo di guaio, aveva bisogno di strade vere, di piazze riconoscibili, di una città che il pubblico potesse sentire come propria. Il Comune di Roma, però, negò le autorizzazioni. Non è chiaro se ci fosse un motivo specifico legato alla storia che il film intendeva raccontare, con un sindaco corrotto e un vigile che multa i potenti, o se si trattasse semplicemente di burocrazia ordinaria. Fatto sta che la produzione si trovò senza location.
A risolvere il problema ci pensarono due persone. Paolo Bianchini, l’aiuto regista, era originario di Viterbo e propose di spostare le riprese nel capoluogo della Tuscia. Sordi, che conosceva bene quei luoghi, appoggiò l’idea con entusiasmo. Viterbo aveva tutto quello che serviva: piazze medievali, strade strette, facciate d’epoca che avrebbero restituito l’atmosfera giusta. La città accettò, e da quel momento legò il proprio nome al film in modo indissolubile.
Nelle sequenze si riconoscono piazza del Comune con i suoi archi, piazza Fontana Grande, via San Lorenzo, il quartiere di San Faustino dove la famiglia Celletti viveva ammassata in pochi metri quadri, e le frazioni della Quercia e Bagnaia, con la sequenza della cosiddetta «curva della morte» che è una delle scene più riuscite dell’intera pellicola. Viterbo non era una controfigura di Roma: era sé stessa, con la sua identità precisa, e il film lo sfruttò benissimo.
Due scene che la censura tagliò
Il vigile non uscì nelle sale esattamente come era stato girato. La censura dell’epoca intervenne sul soggetto già in fase di scrittura, e prima dell’uscita furono tagliate due scene che i responsabili della commissione avevano ritenuto problematiche. I dettagli di cosa contenessero quelle scene non sono mai stati resi completamente pubblici, ma considerando che la storia parlava di raccomandazioni, corruzione politica e dell’incapacità dei potenti di accettare di essere trattati come qualsiasi altro cittadino, non è difficile immaginare che il fastidio della commissione fosse di natura politica prima che morale.
Sonego disse che lavorò deliberatamente per rendere la storia abbastanza universale da sopravvivere ai tagli, e il risultato finale dimostra che ci riuscì. Il film che arrivò al pubblico era comunque una satira affilata del sistema italiano, con un sindaco ipocrita che predica l’uguaglianza davanti alla legge e poi si indigna quando quella legge viene applicata a lui. De Sica, in quel ruolo, fu straordinario.
L’ultimo film di Mario Riva
Tra le curiosità più malinconiche legate alla lavorazione c’è quella che riguarda Mario Riva, il presentatore televisivo che all’epoca era uno dei volti più amati d’Italia grazie al programma Il Musichiere. Riva appare nel film nei panni di sé stesso, in una partecipazione straordinaria che il pubblico del 1960 accolse con il piacere di chi riconosce una faccia familiare in un contesto inaspettato. Il 6 settembre 1960, pochi mesi dopo l’uscita del film, Riva cadde dal palco durante le prove di uno spettacolo e morì per le conseguenze dell’incidente. Aveva cinquantadue anni. Il vigile rimase il suo ultimo lavoro cinematografico.
Sordi e De Sica: due giganti che si conoscevano bene
Il rapporto tra Alberto Sordi e Vittorio De Sica nel film non era solo professionale. De Sica era stato il mentore di Sordi nei suoi anni di formazione, e la stima reciproca si traduceva in una complicità sullo schermo che nessuna regia avrebbe potuto costruire artificialmente. Le scene in cui i due si fronteggiano, con De Sica nei panni del sindaco che predica la legalità e Sordi nei panni del vigile che la prende alla lettera, funzionano perché entrambi sanno esattamente quanto spingere senza sfondare il tono.
De Sica era un attore di enorme talento che aveva già alle spalle una carriera registica straordinaria, con film come Ladri di biciclette e Umberto D. che avevano fatto conoscere il neorealismo italiano al mondo intero. Ritrovarlo qui in un ruolo comico, nei panni di un politico da commedia, era una sorpresa per il pubblico che lo associava a ben altri registri, e quella sorpresa contribuì non poco al successo del film.
969 milioni di lire in un anno impossibile
I numeri di Il vigile al botteghino erano già notevoli di per sé: 969 milioni di lire dell’epoca, una cifra che lo portò al dodicesimo posto nella classifica italiana di quell’anno. Ma il dato davvero straordinario emerge quando si guarda chi stava davanti a lui in quella classifica. Al primo posto c’era Ben-Hur, il colossal hollywoodiano con Charlton Heston, poi La dolce vita di Fellini, poi Spartacus, poi Rocco e i suoi fratelli di Visconti e La ciociara dello stesso De Sica. Trovarsi in compagnia del genere, con una commedia girata in quarantadue giorni a Viterbo con un budget contenuto, era un risultato che pochi avrebbero previsto.
Subito dopo Il vigile, in quella stessa classifica, c’era Psycho di Alfred Hitchcock. Otello Celletti aveva battuto Norman Bates al box office italiano. È una di quelle informazioni che dice qualcosa di preciso su che tipo di Paese fosse l’Italia del 1960 e su quanto le storie di uomini ordinari in conflitto con il sistema riuscissero a toccare qualcosa di profondo in chi le guardava.
Perché regge ancora
Il vigile è un film che non ha bisogno di restauri culturali per sembrare attuale, perché la storia che racconta non è mai davvero invecchiata. La raccomandazione che produce un impiego, il potente che si indigna davanti alla legge applicata in modo uguale per tutti, il piccolo funzionario che per una volta fa il suo dovere e viene punito per questo: sono meccanismi che chiunque riconosce senza bisogno di spiegazioni. Sonego lo aveva intuito benissimo quando disse che Otello non era un eroe ma una metafora, e quella metafora ha resistito a sessantasei anni di storia italiana senza perdere un grammo della sua precisione.
Lo hai già visto, o è uno di quei classici che conosci di nome ma non hai ancora recuperato?









