Emily Wilson è tornata ad attaccare Odissea di Christopher Nolan e stavolta ha colpito il difetto più evidente del film: una sceneggiatura confusa, piena di grandi dichiarazioni morali che raramente trovano un riscontro credibile nelle immagini e nei personaggi. La studiosa e traduttrice del poema omerico definisce il kolossal “visivamente straordinario” ma “emotivamente vuoto”. Un giudizio durissimo, forse, ma tutt’altro che gratuito.
Wilson non è una spettatrice capitata per caso in sala. È docente di Studi classici all’Università della Pennsylvania e nel 2017 ha pubblicato una traduzione inglese dell’Odissea diventata molto influente. Nolan aveva persino citato il suo celebre incipit, “Raccontami di un uomo complicato”, parlando del personaggio di Ulisse. Vedere proprio quella traduttrice trasformarsi nella critica più feroce del film rende lo scontro ancora più interessante.
Il Cavallo di Troia diventa un problema morale poco convincente
Nel suo intervento per The Atlantic, Wilson si concentra soprattutto sul modo in cui Nolan utilizza il Cavallo di Troia. Il film presenta l’inganno come una violazione della legge di Zeus legata all’ospitalità, quasi fosse il peccato originario destinato a condannare Ulisse e i suoi uomini.
La costruzione, però, è piuttosto debole. I Greci non arrivano a Troia come viaggiatori accolti a cena. Assediano la città da dieci anni, combattono contro i suoi abitanti e cercano un modo per abbatterne le mura. I Troiani sono nemici, non padroni di casa traditi dopo aver offerto pane, vino e un letto per la notte.
Il film vuole attribuire al Cavallo un peso etico enorme, ma non prepara abbastanza quel passaggio. Nolan sembra aver bisogno di una colpa precisa da appiccicare a Ulisse, così prende un concetto importante nel poema — l’ospitalità — e lo forza dentro una situazione nella quale funziona male.
La sceneggiatura avrebbe potuto interrogarsi sulle ragioni della guerra, sugli innocenti uccisi durante il saccheggio o sulla responsabilità di chi invade una città. Sarebbe stato molto più sensato. Sceglie invece di trattare l’inganno militare come se Ulisse avesse avvelenato il vino durante una cena tra amici.
I dialoghi parlano di compassione, il film guarda le costruzioni
Wilson individua poi una contraddizione ancora più importante. I dialoghi insistono sul valore della gentilezza, della pietà e della compassione, ma la regia appare molto più interessata alle navi, alle porte monumentali, alle macchine da guerra e agli edifici che crollano.
Non è un’accusa nuova contro Nolan. Il regista possiede una capacità tecnica impressionante e sa trasformare strutture, veicoli e meccanismi in immagini potenti. In Odissea, però, questa attrazione diventa un limite perché la storia richiederebbe personaggi capaci di farci sentire il costo umano della guerra.
Durante la caduta di Troia vediamo la grandiosità dell’attacco. Vediamo il Cavallo, le mura e la distruzione. Le persone coinvolte restano molto più lontane. Il film dice che la vita umana conta, poi dedica maggiore attenzione al movimento di un oggetto gigantesco nello spazio. Wilson descrive proprio questa distanza come la ragione della sua freddezza emotiva.
Su questo è difficile darle torto. La sceneggiatura non costruisce esseri umani abbastanza complessi da sostenere i temi che vorrebbe affrontare. Molti personaggi sembrano entrare nelle scene per pronunciare la battuta necessaria, spiegare il significato morale del momento e lasciare spazio alla successiva sequenza spettacolare.
Ulisse dovrebbe essere complicato, ma spesso sembra soltanto scritto male
Il problema maggiore riguarda proprio Ulisse. Nolan parte dall’idea dell’“uomo complicato”, ma la complessità non nasce accumulando comportamenti contraddittori senza chiarirne le motivazioni.
Un personaggio può mentire, amare, tradire, soffrire e prendere decisioni terribili. Serve però una scrittura capace di collegare questi aspetti. Nel film, molte svolte sembrano imposte dalla necessità di spostare Ulisse verso la tappa successiva del viaggio, più che da un’evoluzione psicologica leggibile.
Wilson aveva già definito “pessima” la scrittura nella sua prima recensione, accusando l’adattamento di non avere nulla di convincente da dire su memoria, guerra, storia e rapporti umani. Aveva inoltre criticato le motivazioni poco credibili dei personaggi e una struttura narrativa giudicata artificiosa.
È una valutazione severa, ma descrive una sensazione concreta. Odissea vuole essere contemporaneamente un film di guerra, un racconto sul trauma, una riflessione sulla compassione, un’avventura mitologica e uno spettacolo gigantesco. La sceneggiatura non riesce a far convivere queste anime. Le dispone una dopo l’altra, confidando che la potenza visiva nasconda le crepe.
Una spiaggia troppo pulita dopo dieci anni di assedio
Wilson nota anche un dettaglio quasi comico: la spiaggia davanti a Troia appare pulita e incontaminata, benché l’esercito acheo dovrebbe averla occupata per un decennio.
Potrebbe sembrare una pignoleria da classicista, ma il problema riguarda la credibilità del mondo. Dieci anni di uomini, tende, animali, fuochi, armi, rifiuti e combattimenti dovrebbero lasciare tracce. La spiaggia immacolata tradisce l’ossessione per l’immagine perfetta e fa sembrare l’assedio una visita organizzata poco prima delle riprese.
Anche questo contribuisce alla sensazione che Nolan sia interessato alla mitologia come insieme di immagini grandiose più che come esperienza vissuta da corpi stanchi, affamati e sporchi.
Il successo commerciale non rende la scrittura migliore
Il film continua comunque a ottenere risultati enormi. Ha ricevuto una A da CinemaScore e ha superato i 900 milioni di dollari nel mondo, avvicinandosi rapidamente al miliardo.
Sono numeri impressionanti, ma non rispondono alle critiche di Wilson. Il box office misura la capacità di attirare pubblico, non la qualità dei dialoghi o la coerenza dei temi. Anche un film scritto male può offrire immagini spettacolari, un cast famoso e un’esperienza IMAX capace di riempire le sale.
Joyce Carol Oates ha contestato il tono aggressivo della traduttrice, sostenendo che avrebbe potuto discutere l’adattamento con maggiore apertura verso interpretazioni diverse.
Il tono di Wilson può certamente irritare. Il contenuto, però, resta solido. Non accusa Nolan di aver modificato Omero, cosa perfettamente legittima. Gli contesta di averlo modificato senza costruire una visione alternativa altrettanto coerente.
Odissea è un film enorme, tecnicamente impressionante e spesso bellissimo da guardare. Sotto quella superficie, però, la scrittura appare fragile. Gli uomini parlano di compassione, mentre il film preferisce osservare cavalli di legno, mura e navi. Ulisse viene definito complicato, ma non sempre viene raccontato con la precisione necessaria.
Forse Wilson è stata spietata. Sulla sceneggiatura, però, ha individuato il bersaglio giusto.
Sei d’accordo con Emily Wilson sulla pessima sceneggiatura di Odissea oppure pensi che la forza visiva di Nolan compensi i difetti della scrittura? Scrivilo nei commenti e raccontaci la tua opinione.



Sono d’accordo con la Wilson, il poema omerico è quanto di più profondo e psicologicamente introspettivo la mente umana abbia potuto concepire, e vederlo utilizzato per costruire una baracconata, sia pur ricca e opulenta, di immagini patinate a uso e consumo del pubblico odierno, drogato di esteriorità fine a se stessa, tradisce in pieno l’intento filosofico con cui era stato concepito, il film, a mio parere, marca della fondamentale pietas per la condizione umana, prerogativa imprescindibile dell’opera, i personaggi interpretati dagli attori, non vivono veramente l’enorme sofferenza che tutte le guerre provocano, sia fisica che spirituale, nei loro corpi, ma semplicemente declamano con insopportabile enfasi superficiale, battute assai poco credibili per dei divi holliwoodiani, parliamoci chiaro, quando la forma sovrasta la sostanza, il cinema diventa pura e astratta evasione fine a se stessa, strumentalizzando in questo caso, per squallidi motivi economici, in maniera davvero irritante il maggior capolavoro della storia dell’umanità.