Secondo questa nuova serie Netflix il capo del Cartello di Sinaloa era El Mayo e non El Chapo Guzman, ecco perché
Per anni abbiamo associato il Cartello di Sinaloa soprattutto a un nome: Joaquín "El Chapo" Guzmán. Il narcotrafficante messicano diventato famoso in tutto il mondo per le fughe…
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Vedi tutte →Per anni abbiamo associato il Cartello di Sinaloa soprattutto a un nome: Joaquín “El Chapo” Guzmán. Il narcotrafficante messicano diventato famoso in tutto il mondo per le fughe dal carcere, gli arresti spettacolari e una vita che sembrava uscita da una serie televisiva. Eppure, la nuova miniserie Netflix “La caduta di El Mayo” racconta una storia molto diversa: mentre El Chapo attirava l’attenzione di giornalisti e polizia, un altro uomo continuava a esercitare un potere enorme nell’ombra.
Si chiamava Ismael “El Mayo” Zambada García ed era uno dei fondatori del Cartello di Sinaloa.
La docuserie, disponibile su Netflix dal 29 ottobre 2026, è composta da tre episodi e cerca di rispondere a una domanda che potrebbe sorprendere chi ha conosciuto questa organizzazione criminale soprattutto attraverso le serie televisive: chi comandava realmente a Sinaloa?
La risposta è più complicata di quanto sembri.
El Chapo ed El Mayo furono alleati e condivisero il controllo di una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo. Non esiste però una ricostruzione storica universalmente accettata che permetta di considerare El Mayo l’unico capo e Guzmán un semplice subordinato.
La differenza fondamentale stava nel loro modo di esercitare il potere.
El Chapo è diventato una figura quasi leggendaria, anche a causa delle sue evasioni e della gigantesca attenzione mediatica ricevuta. Nel 2001 riuscì a fuggire da un carcere di massima sicurezza messicano, mentre nel 2015 scappò nuovamente attraverso un tunnel scavato sotto la sua cella.
El Mayo, invece, preferiva rimanere invisibile.
Per decenni evitò telecamere, interviste e apparizioni pubbliche. Di lui circolavano pochissime fotografie e, prima della cattura, non esistevano praticamente registrazioni pubbliche della sua voce.
Questa riservatezza non lo rendeva meno pericoloso. Al contrario, gli permise di evitare per molti anni gli arresti che colpirono altri grandi narcotrafficanti messicani.
Ed è proprio questo l’aspetto che Netflix mette maggiormente in evidenza.
Mentre l’opinione pubblica osservava le vicende di El Chapo, El Mayo continuava a dirigere traffici internazionali, mantenere alleanze e gestire una vasta rete criminale.
La sua influenza era talmente importante che, anche dopo l’arresto definitivo di Guzmán nel 2016 e la successiva estradizione negli Stati Uniti, rimase uno dei principali uomini di potere del cartello.
El Chapo venne condannato all’ergastolo nel 2019. Ma la sua uscita di scena non determinò la fine dell’organizzazione.
Anzi, a quel punto cominciò una fase ancora più complicata.
I figli di Guzmán, conosciuti come Los Chapitos, iniziarono a consolidare il proprio potere, entrando progressivamente in competizione con altre fazioni del cartello, comprese quelle legate alla famiglia Zambada.
La serie racconta anche il rapporto tra i due clan, mostrando come alleanze apparentemente indistruttibili possano trasformarsi in rivalità sanguinose.
Un passaggio importante riguarda Vicente Zambada Niebla, figlio di El Mayo, conosciuto come El Vicentillo.
La sua cattura rappresentò un duro colpo per la famiglia. Vicente successivamente collaborò con le autorità statunitensi, diventando una figura significativa nelle indagini sul Cartello di Sinaloa.
Ma il momento più incredibile della storia arriva il 25 luglio 2024.
Dopo decenni trascorsi a sfuggire alla giustizia, El Mayo si ritrovò improvvisamente negli Stati Uniti a bordo di un piccolo aereo privato.
Con lui viaggiava Joaquín Guzmán López, uno dei figli di El Chapo.
Una circostanza che ha alimentato immediatamente sospetti, teorie e accuse di tradimento.
Come aveva fatto un uomo tanto prudente a finire nelle mani delle autorità americane?
Secondo la versione fornita da Zambada, sarebbe stato attirato a un incontro in Messico, aggredito, immobilizzato e portato contro la propria volontà sull’aereo diretto negli Stati Uniti.
Il coinvolgimento del figlio del suo vecchio alleato ha reso questa vicenda ancora più clamorosa.
La miniserie indaga proprio le diverse ricostruzioni dell’accaduto, cercando di capire quanto ci fosse di pianificato nella cattura e quali interessi potessero nascondersi dietro l’operazione.
Una cosa, però, è certa: la caduta di El Mayo ha provocato conseguenze pesantissime negli equilibri del Cartello di Sinaloa.
Lo scontro tra le fazioni legate ai figli di El Chapo e quelle vicine alla famiglia Zambada ha alimentato una nuova ondata di violenza, con ripercussioni drammatiche sulla popolazione civile.
Nel frattempo, negli Stati Uniti, El Mayo ha dovuto rispondere delle proprie responsabilità criminali.
Il 25 agosto 2025 si è dichiarato colpevole di aver guidato un’organizzazione criminale continuativa e di reati legati alla criminalità organizzata.
Il 20 luglio 2026 è stato condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Le autorità statunitensi hanno ricostruito il suo coinvolgimento in decenni di traffico di droga, corruzione e violenza.
Una condanna che conferma quanto fosse importante il suo potere all’interno dell’organizzazione.
A rendere interessante “La caduta di El Mayo” è anche il lavoro dei registi Darren Foster e Miguel Fernández Flores, che hanno raccolto testimonianze di investigatori, giornalisti e persone vicine all’ambiente criminale, esaminando documenti giudiziari e materiali d’archivio.
I tre episodi si intitolano “L’uomo col cappello”, “Una questione di sangue” e “Tradimento”. La narrazione ricostruisce la sua ascesa, le tensioni familiari e la cattura che ha segnato la fine della sua libertà.
E alla fine emerge una riflessione interessante.
El Chapo era probabilmente il volto più famoso del Cartello di Sinaloa, ma la notorietà non coincide necessariamente con il potere.
La storia di El Mayo dimostra che una delle organizzazioni criminali più temute del pianeta poteva essere guidata da più persone contemporaneamente, con strategie differenti e rapporti di forza continuamente mutevoli.
Uno attirava l’attenzione del mondo. L’altro cercava di rimanere nell’ombra.
Ed entrambi hanno finito per trascorrere il resto della propria vita in un carcere americano.
Avete già visto “La caduta di El Mayo” su Netflix? Vi ha sorpreso scoprire quanto fosse potente Zambada rispetto a El Chapo?
E soprattutto, secondo voi, il personaggio reso famoso dalle serie televisive ci ha fatto sottovalutare chi comandava realmente nell’organizzazione?
Raccontateci cosa ne pensate nei commenti.










