Il signore delle magie: il fantasy del 1980 che anticipava le idee amate dai lettori di Sanderson e Rothfuss
Ci sono romanzi fantasy che conoscono anche le persone che non leggono fantasy. Altri, invece, circolano meno, eppure custodiscono idee che ritroviamo in storie molto più famose. Il…
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Vedi tutte →Ci sono romanzi fantasy che conoscono anche le persone che non leggono fantasy. Altri, invece, circolano meno, eppure custodiscono idee che ritroviamo in storie molto più famose. Il signore delle magie di Lyndon Hardy appartiene a questa seconda famiglia: un libro del 1980 che merita attenzione soprattutto se amate gli incantesimi con regole precise, gli apprendisti costretti a studiare e le vittorie ottenute usando il cervello.
Il titolo originale è Master of the Five Magics, ma in Italia è arrivato come Il signore delle magie, nella collana Urania Fantasy di Mondadori, nel 1989. Un’informazione utile per chi volesse cercarlo tra vecchi scaffali e librerie dell’usato. Voi lo conoscevate già oppure è la prima volta che ne sentite parlare?
Il protagonista si chiama Alodar e parte da una posizione tutt’altro che privilegiata. È un giovane apprendista di taumaturgia che sogna di restituire prestigio alla propria famiglia e conquistare la mano della regina Vendora. Ambizioni enormi, mezzi decisamente più modesti. Per avvicinarsi al suo obiettivo dovrà attraversare diverse discipline magiche, imparando quanto possano essere complicate, imprevedibili e pericolose.
La premessa può ricordare molte avventure classiche: un ragazzo sottovalutato, un riscatto da inseguire, ostacoli sempre più impegnativi. Hardy, però, sposta buona parte dell’interesse su una domanda: come funziona la magia? Il lettore non deve limitarsi ad accettare che Alodar possa compiere qualcosa di straordinario. Può capire quali conoscenze gli servano, quali limiti lo frenino e perché una soluzione riesca oppure fallisca.
Nel mondo del romanzo esistono cinque arti, ciascuna governata da principi propri. La taumaturgia lavora attraverso legami di somiglianza e contatto; l’alchimia richiede ingredienti e procedimenti, ma deve fare i conti anche con la probabilità. Un’altra disciplina si affida a rituali rigorosi per produrre oggetti incantati. Ci sono poi le arti che agiscono sulla percezione e sulla mente, fino alla pratica più minacciosa: evocare e dominare i demoni.
Quest’ultima rende particolarmente evidente il fascino del sistema. Evocare una creatura non significa averla automaticamente al proprio servizio. Il rapporto impone uno scontro di volontà, dal quale devono emergere un padrone e un subordinato. Basta questa prospettiva per trasformare un potere apparentemente vantaggioso in una pessima idea nelle mani di qualcuno impreparato.
La conoscenza diventa quindi parte dell’avventura. Alodar deve osservare, sbagliare, collegare informazioni e cercare soluzioni dentro possibilità già stabilite. Per il lettore c’è il piacere di imparare insieme a lui, arrivando talvolta a intuire un’applicazione prima che venga messa in pratica. È una soddisfazione diversa da quella provocata da un incantesimo misterioso che risolve improvvisamente una situazione disperata.
Oggi questo approccio viene generalmente associato alla hard magic, cioè alla magia descritta attraverso regole e limiti comprensibili. Sarebbe esagerato attribuirne l’invenzione a Hardy: il fantasy aveva già sperimentato forme di magia strutturata. Il suo romanzo resta però un esempio precoce e particolarmente riconoscibile di quanto un sistema coerente possa generare conflitti, anziché limitarsi ad abbellire l’ambientazione.
Il confronto con Brandon Sanderson viene spontaneo. In Mistborn, per esempio, i metalli determinano capacità differenti, e comprenderne il funzionamento cambia il modo di seguire gli scontri. Accostare i due autori aiuta a riconoscere una parentela di metodo; sostenere che ogni intuizione di Sanderson derivi da Hardy sarebbe invece una semplificazione. Le somiglianze letterarie non dimostrano, da sole, un debito diretto.
Più esplicito è il legame con Patrick Rothfuss, che ha riconosciuto l’influenza del romanzo sul proprio lavoro. Chi ama l’apprendimento magico raccontato nel Nome del vento può trovare interessante tornare a questa lettura precedente. Non perché Alodar e Kvothe siano intercambiabili, ma perché entrambi permettono di osservare la magia anche come disciplina da apprendere, con difficoltà che il talento personale non cancella.
Esiste inoltre un collegamento curioso con Magic: The Gathering. Richard Garfield ha ricondotto la scelta originaria del numero cinque anche alla circolazione del libro nel suo gruppo di amici. Ha però precisato di non averlo letto personalmente: un dettaglio che rende la storia più interessante delle versioni che descrivono una semplice trasposizione delle cinque arti nei cinque colori del gioco.
Riletto oggi, Il signore delle magie può mostrare qualche rigidità: la costruzione didattica e certi passaggi dell’avventura potrebbero pesare a chi cerca soprattutto personaggi sfaccettati e una prosa coinvolgente. La sua forza sta nel trasformare le regole in possibilità narrative, facendo del ragionamento del protagonista una fonte di curiosità.
Voi quale magia preferite nei romanzi: quella che potete comprendere o quella che conserva un margine di mistero? Raccontatecelo nei commenti e, se avete letto Hardy, diteci come è invecchiato secondo voi. Potreste anche suggerirci un altro fantasy poco ricordato: uno di quei libri che meriterebbero di tornare nelle conversazioni dei lettori, accanto ai titoli che oggi dominano gli scaffali.










